PADRE PROVVIDENTE

io invece non ti dimenticherò mai

Il cammino di perfezione cristiana a cui il Vangelo ci richiamava domenica scorsa trova la sua naturale conseguenza nel brano evangelico di questa domenica che non è direttamente conseguente quello della scorsa settimana.

La via della perfezione evangelica sta nell’agire come Gesù, nel vivere come lui, nel pensare come lui, nel credere come lui. Non quindi una perfezione generica ma ancorata su una via sicura com’è quella tracciata da Gesù stesso. Essere santi, ha scritto qualcuno, è riconoscersi costantemente bisognosi di amore, di misericordia da parte di Dio. La perfezione non sta nel non sbagliare mai ma nel riconoscersi sempre umilmente figli del Padre, bisognosi delle sue cure, del suo affetto, della sua paternità.

Ben esprime questo concetto il profeta Isaia che nella prima lettura ci invita a lasciarci abbracciare dall’affetto del Padre. Spesso davanti alle difficoltà della vita la nostra preoccupazione si fa incessante quasi dovessimo risolvere tutti i problemi con le nostre forze. Talvolta questo senso di autonomia ci fa cadere anche in forme di malattia, di disagio sociale. Il mondo ci fa paura, ci sentiamo troppo piccoli di fronte ai drammi della vita, ci sentiamo, per dirla con una frase fatta, come “una goccia dispersa nell’oceano” e così anche il nostro rapporto con Dio va in crisi. Egli dovrebbe risolvere i nostri problemi, le nostre difficoltà così come noi abbiamo stabilito, secondo i nostri piani dettagliati e scrupolosi. E quando questo non avviene il giudizio su Dio, al pari di quello sul mondo, diventa pesante.

Ci viene in soccorso e ci lasciamo illuminare dalla parola del Vangelo. L’evangelista Matteo, infatti, riporta alcune parole di Gesù riguardo l’affidamento totale alla volontà di Dio. Egli ci mette guardia dall’atteggiamento dei pagani che, tutto sommato, può essere anche il nostro. Il cristiano, a differenza del pagano, nutre la certezza che Dio non si dimentica di Lui, che la Provvidenza, che è poi il dono gratuito dell’amore di Dio, non si farà attendere.

Abbiamo perso, ma è sempre possibile recuperare, il nostro rapporto con la Provvidenza. I nostri vecchi, sono cresciuti a pane e Provvidenza; quando il vuoto materiale sembrava prevaricare, nessuno mai è morto di fame, quello che c’era si divideva per quanti si era in casa. Il pane che si mangiava diventava veramente quotidiano, cioè necessario per la giornata e nulla di più. Oggi abbiamo tutto e tanto e di questo non possiamo che ringraziare il Signore, ma la nostra sicurezza ha dimenticato i  doni della Provvidenza. Tutto ci sembra un nostro diritto, nulla è più considerato come dono. E così quando qualche nostro bene, sia esso il cibo, la salute, la vita stessa, sembrano venire meno, anche la nostra serenità si spegne.

«Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora, se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede? Non preoccupatevi dunque dicendo: “Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?”. Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno».

Preoccuparsi del futuro è tipicamente umano, ma come cristiani non possiamo dimenticarci di quanto ci dice Isaia nella prima lettura: «Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se costoro si dimenticassero, io [il Signore] invece non ti dimenticherò mai».

Difficile è credere che Dio è provvidente, che Dio ha cura di me quando sembra che tutto, anche la mia stessa vita, dipenda dalle mie forze. Chi, da credente, accoglie la vita e così ogni cosa che compie, come un dono di Dio, ci dice Gesù, si scoprirà meno affannato, si sentirà più libero e più sereno di fronte al domani. La fede non ci dice di rinunciare alla nostra creatività ma piuttosto di partecipare alla creazione del mondo anche oggi, riconoscendoci bisognosi di cure, riconoscerci bisognosi di un dono che solo il Padre può darci: la vera gioia. È in quest’ottica di fede che accogliamo le parole incisive di Gesù che concludono la pagina evangelica odierna: “Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena”. Chi sa guardare all’oggi come un dono del Padre, saprà guardare anche al domani con fiducia e con speranza.

dE

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