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PASQUA 2011 – Sacerdoti, Re e Profeti

sabato, 23 aprile 2011

 Alla vittima pasquale, s’innalzi oggi il sacrificio di lode. L’agnello ha redento il suo gregge, l’Innocente ha riconciliato noi peccatori col Padre.

Il silenzio che con la pietra aveva sigillato il sepolcro del sabato santo, si rompe con l’invito solenne e sobrio della Liturgia che nella sequenza che precede la proclamazione del Vangelo, nel giorno di Pasqua, ci invita ad innalzare un canto di lode alla Vittima pasquale.

L’invito della Sequenza si colloca al culmine del nostro itinerario annuale, al vertice del sacro Triduo che, come in un’unica festa ci invita a contemplare la passione, la morte e la risurrezione di Cristo. Il Cristo che oggi contempliamo risorto porta sulle mani, sui piedi e sul costato i segni della passione e della morte. Il suo corpo glorioso è segnato dagli sfregi del dolore e della morte. Il Crocifisso è il Risorto, l’uomo del venerdì santo oltraggiato e rifiutato dagli uomini è risorto! A lui, siamo invitati ad elevare la nostra lode.

Sotteso a quest’invito c’è quello meno esplicito ma più profondamente vero, a riscoprire la dimensione sacerdotale della nostra vita di Cristiani. Nel giorno del nostro Battesimo un gesto, quello dell’unzione con l’olio del Crisma, ci ha resi sacerdoti, re e profeti. La preghiera formulata dal sacerdote prima di profumarci il capo con il crisma dice che è il Padre stesso a consacrarci con il Crisma di salvezza «perché inseriti in Cristo, sacerdote, re e profeta, siamo sempre membra del suo corpo per la vita eterna» (Dal rito del Battesimo).

Il Battesimo dunque, ci ha inseriti nel Corpo di Cristo che è la Chiesa e, nella Chiesa, tra i fratelli, siamo chiamati ad esercitare questi doni che il Padre ci ha dato.

 Morte e Vita si sono affrontate in un prodigioso duello.
Il Signore della vita era morto; ma ora, vivo, trionfa.

Il duello tra vita e morte, tra tenebre e luce, cui ci richiama la sequenza pasquale, ci riporta al duello delle origini. L’uomo e la donna, pur ricevendo il loro essere da Colui che è il bene, si lasciano affascinare dall’avere che il male con l’inganno propone loro. Questo ci ricorda che il cristiano è chiamato ad essere Re, a combattere unito a Cristo, contro il male cioè ad essere libero di fronte alle cose di questo mondo.

Nulla, per il cristiano, può essere sufficiente a dare senso alla propria vita se non Dio solo, l’unico in grado di colmare il desiderio intimo dell’uomo, la sua sete di bellezza. Paolo, nella seconda lettura, ci esorta a cercare il senso ultimo delle cose, a vedere le cose di questo mondo come richiamo a quel regno di Dio, di cui, con il Battesimo, siamo diventati cittadini effettivi.

Siamo allora chiamati a risorgere, a rialzarci dalle nostre schiavitù: «Fratelli, se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra» (Col 3,1-2).  Cristo, risorgendo dai morti, ci ha liberati dalle catene, ci ha strappati dall’ombra di una irragionevole felicità per renderci liberi per il bene, per il bello.

 «Raccontaci, Maria: che hai visto sulla via?».
«La tomba del Cristo vivente, la gloria del Cristo risorto,
e gli angeli suoi testimoni, il sudario e le sue vesti.
Cristo, mia speranza, è risorto; e vi precede in Galilea».

Ancora la sequenza ci ricorda che il Battesimo ci ha abilitati ad essere profeti. Il profeta è il “dito di Dio”, colui che sa mostrare la strada, sa indicare ai fratelli la via della Felicità. Tanti profeti, oggi come nel passato, ci indicano vie buone in sintonia con il Vangelo, ma ci sono altrettanti profeti di sventura che intendono mostrarci la via impegnativa ma sicura del Vangelo, come una via di tristezza, di moralismi e di precetti. E così il nostro cuore sembra essere dubbioso, colmo di perplessità riguardo la figura di Gesù.

Come i discepoli, anche noi ci lasciamo prendere dai dubbi dicendo: «Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute» (Lc 24,21). Ma i vangeli non lasciano spazio a dubbi, solo l’incontro con Gesù vivo può far vibrare di gioia il cuore dei discepoli: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?» (Lc 24,32).

Di fronte ad un cristianesimo assonnato siamo chiamati ad essere profeti, ad appoggiare il nostro orecchio al cuore di Dio per essere dito che indica l’unico che sa donare gioia: Gesù Cristo! La Pasqua ci chiede di rinvigorire le nostre ginocchia, di non rimanere a piangere sulla tomba sigillata o vuota, ma di correre, di andare lungo le strade della storia e dire a tutti, con l’esempio della nostra vita, che il Signore della vita era morto, ma ora vivo trionfa! Che chiunque crede in lui riceve il perdono dei peccati per mezzo del suo nome (At 10,43).

Infine il Battesimo ci rende sacerdoti. Si, ogni battezzato è sacerdote, impegnandosi a fare della sua vita un canto di ringraziamento al Padre per tutti i benefici, tutte le meraviglie che compie. Questo può sembrare facile tuttavia non lo è.

Quante mormorazioni contro Dio! Quante lamentele! Quanti pensieri inespressi contro di lui che ci riempiono la mente e il cuore rattristandoci! È difficile riconoscere le cose belle che Dio sta operando dentro la nostra vita ed è ancora più difficile rendere grazie a Dio per questo. Ci stiamo abituando ad una vita grigia, buia, fredda.

Il Battesimo, e ancor di più la Pasqua, ci chiede di cercare la bellezza, di non accontentarci di una esistenza piatta. Con la risurrezione di Gesù, il Padre ci chiede di lasciarci stupire dalla bellezza di una vita semplice, genuina, autentica. La risurrezione serve per richiamarci Dio presente e operante dentro la nostra vita e nella vita dei fratelli.

Il salmo che la liturgia ci fa cantare oggi può aiutarci a cambiare prospettiva. Ascoltiamolo di nuovo: «La destra del Signore si è innalzata, la destra del Signore ha fatto prodezze. Non morirò, ma resterò in vita e annuncerò le opere del Signore» (Sal 117).

 

Alla vittima pasquale, s’innalzi oggi il sacrificio di lode.

In forza del Battesimo, dunque, che ci rende fratelli e ci ha uniti a Cristo, siamo chiamati a lodare Dio e la liturgia, in questo giorno così grande per la nostra salvezza, ci pone sulle labbra l’invito ad innalzare la nostra lode a Dio. Lo stesso Alleluia, che tante volte risuona in questo giorno, è canto di lode, di esultanza. Oggi, il silenzio del sabato santo cede il passo al canto gioioso. La Chiesa esulta perché il suo sposo è vivo.

Sì, ne siamo certi: Cristo è davvero risorto. Tu, Re vittorioso, portaci la tua salvezza. Amen

 Buona Pasqua!

d. Enrico

PADRE PROVVIDENTE

sabato, 26 febbraio 2011

io invece non ti dimenticherò mai

Il cammino di perfezione cristiana a cui il Vangelo ci richiamava domenica scorsa trova la sua naturale conseguenza nel brano evangelico di questa domenica che non è direttamente conseguente quello della scorsa settimana.

La via della perfezione evangelica sta nell’agire come Gesù, nel vivere come lui, nel pensare come lui, nel credere come lui. Non quindi una perfezione generica ma ancorata su una via sicura com’è quella tracciata da Gesù stesso. Essere santi, ha scritto qualcuno, è riconoscersi costantemente bisognosi di amore, di misericordia da parte di Dio. La perfezione non sta nel non sbagliare mai ma nel riconoscersi sempre umilmente figli del Padre, bisognosi delle sue cure, del suo affetto, della sua paternità.

Ben esprime questo concetto il profeta Isaia che nella prima lettura ci invita a lasciarci abbracciare dall’affetto del Padre. Spesso davanti alle difficoltà della vita la nostra preoccupazione si fa incessante quasi dovessimo risolvere tutti i problemi con le nostre forze. Talvolta questo senso di autonomia ci fa cadere anche in forme di malattia, di disagio sociale. Il mondo ci fa paura, ci sentiamo troppo piccoli di fronte ai drammi della vita, ci sentiamo, per dirla con una frase fatta, come “una goccia dispersa nell’oceano” e così anche il nostro rapporto con Dio va in crisi. Egli dovrebbe risolvere i nostri problemi, le nostre difficoltà così come noi abbiamo stabilito, secondo i nostri piani dettagliati e scrupolosi. E quando questo non avviene il giudizio su Dio, al pari di quello sul mondo, diventa pesante.

Ci viene in soccorso e ci lasciamo illuminare dalla parola del Vangelo. L’evangelista Matteo, infatti, riporta alcune parole di Gesù riguardo l’affidamento totale alla volontà di Dio. Egli ci mette guardia dall’atteggiamento dei pagani che, tutto sommato, può essere anche il nostro. Il cristiano, a differenza del pagano, nutre la certezza che Dio non si dimentica di Lui, che la Provvidenza, che è poi il dono gratuito dell’amore di Dio, non si farà attendere.

Abbiamo perso, ma è sempre possibile recuperare, il nostro rapporto con la Provvidenza. I nostri vecchi, sono cresciuti a pane e Provvidenza; quando il vuoto materiale sembrava prevaricare, nessuno mai è morto di fame, quello che c’era si divideva per quanti si era in casa. Il pane che si mangiava diventava veramente quotidiano, cioè necessario per la giornata e nulla di più. Oggi abbiamo tutto e tanto e di questo non possiamo che ringraziare il Signore, ma la nostra sicurezza ha dimenticato i  doni della Provvidenza. Tutto ci sembra un nostro diritto, nulla è più considerato come dono. E così quando qualche nostro bene, sia esso il cibo, la salute, la vita stessa, sembrano venire meno, anche la nostra serenità si spegne.

«Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora, se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede? Non preoccupatevi dunque dicendo: “Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?”. Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno».

Preoccuparsi del futuro è tipicamente umano, ma come cristiani non possiamo dimenticarci di quanto ci dice Isaia nella prima lettura: «Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se costoro si dimenticassero, io [il Signore] invece non ti dimenticherò mai».

Difficile è credere che Dio è provvidente, che Dio ha cura di me quando sembra che tutto, anche la mia stessa vita, dipenda dalle mie forze. Chi, da credente, accoglie la vita e così ogni cosa che compie, come un dono di Dio, ci dice Gesù, si scoprirà meno affannato, si sentirà più libero e più sereno di fronte al domani. La fede non ci dice di rinunciare alla nostra creatività ma piuttosto di partecipare alla creazione del mondo anche oggi, riconoscendoci bisognosi di cure, riconoscerci bisognosi di un dono che solo il Padre può darci: la vera gioia. È in quest’ottica di fede che accogliamo le parole incisive di Gesù che concludono la pagina evangelica odierna: “Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena”. Chi sa guardare all’oggi come un dono del Padre, saprà guardare anche al domani con fiducia e con speranza.

dE

CHIAMATI A CONVERTIRCI ALLA LUCE

sabato, 22 gennaio 2011

Ancora una volta la liturgia ci fa leggere una pagina del profeta Isaia, la stessa pagina letta nella notte di Natale, quasi a dirci la continuità tra il Bambino che abbiamo adorato nella grotta di Betlemme e il Gesù che cammina lungo le strade della Galilea, compiendo opere di guarigione del corpo e dell’anima.
Matteo, infatti, saggio interprete dell’Antico Testamento e autore di un vangelo destinato ad ebrei che si erano convertiti a Cristo, ci offre l’interpretazione stessa di quel testo. Gesù è la luce che splende nelle tenebre. L’atteso dalle genti, il Messia che porterà un’alba nuova per la sua terra è Gesù.
Questa luce si rende meravigliosamente presente nel cuore di chi lo incontra e di chi lo ascolta.
La Luce si manifesta, si mostra ai nostri occhi come richiesta di conversione. Le parole che Matteo associa alla pagina di Isaia sono parole che escono direttamente dalla bocca di Gesù. Quasi a dirci che se vogliamo vedere la luce mentre camminiamo in mezzo alle tenebre è necessario convertirsi. Convertirsi? Cosa significa?  Uscendo dai modi moralistici di intendere la parola conversione  potremmo intenderla così come Papa Benedetto definì quella di San Paolo. La conversione, per colui che già crede, va definita come illuminazione. Il credente infatti, come San Paolo, di cui celebriamo la festa della conversione martedì, così come gli ebrei per i quali scrive Matteo, e così come noi, non ha bisogno di convertirsi a Dio perchè ha già la consapevolezza che egli esiste, che cammina al suo fianco, ma piuttosto ha bisogno di lasciarsi illuminare dalla luce sfolgorante che viene dal Vangelo, dobbiamo lasciarci illuminare dal fatto che Gesù è morto ed è risorto per noi e mandandoci il suo Spirito ci ha rinnovato il suo invito a guardare al mondo in cui viviamo  considerandolo già regno di Dio. Il Regno di Dio è vicino, i segni della potenza di Dio ci sono, è necessario guardare a questo mondo con lo sguardo “illuminato” che ci viene dal Vangelo e ad agire di conseguenza. Non possiamo negare lo squallore di certe notizie che circolano sulla stampa, ma la conversione che ci è chiesta è quella di non lasciarci immischiare nella melma tenebrosa, ma  vivere da “illuminati” da persone veramente capaci di mostrare il volto bello di una vita vissuta secondo il vangelo. Condannare l’incoerente serve relativamente, ciò che è necessario è mostrare che una vita coerente, illuminata è possibile. Ciascuno è chiamato a lasciarsi illuminare, a credere nel Vangelo che non è un libro scritto ma è una persona, Gesù Cristo, che ancora vive e abita in mezzo a noi. La conversione che ci è chiesta è quella descritta da Paolo nella seconda lettura: «Mi riferisco al fatto che ciascuno di voi dice: «Io sono di Paolo», «Io invece sono di Apollo», «Io invece di Cefa», «E io di Cristo». È forse diviso il Cristo? Paolo è stato forse crocifisso per voi? O siete stati battezzati nel nome di Paolo?». Oggi come allora diventa necessario rifondare la nostra vita. Io non sono ne di questo ne di quel potere, io sono di Cristo, gli appartengo e lui appartiene a me a tal punto che voglio vivere come lui, rendendolo presente ai miei contemporanei. Questo è quello che la gente si aspetta dai cristiani. Essere cristiani non è questione di apparenza ma di stile di vita. Certo le fatiche non mancano, ma la chiamata ad essere uomini e donne autentici, risuona ogni giorno perché ogni giorno può essere quello opportuno per fare un passo avanti.
Dentro questa chiamata collettiva a vivere secondo il Vangelo, Gesù chiama alcuni uomini e alcune donne a seguirlo più da vicino, a mostrare la via da percorrere per arrivare a Cristo. Oggi come ieri, sono necessarie figure di riferimento che, pur essendo anch’esse dentro un cammino di conversione, mostrino che “il regno di Dio è in mezzo a noi”.

BUON NATALE 2010

venerdì, 24 dicembre 2010

Cari amici,

«Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia».

Nel cuore della notte ci raduniamo insieme per celebrare la nascita di Gesù. Nel cuore della notte ci riuniamo per contemplare insieme il mistero di Dio che va incontro al suo popolo. Nel mezzo di questa notte di Natale ci ritroviamo per volgere lo sguardo verso Betlemme, verso il luogo in cui è nato Gesù, il Figlio di Dio. Il dialogo tra Dio e l’umanità che ha percorso i secoli si compie in Gesù. Ciò che sembrava un mistero lontano, irraggiungibile, intoccabile si è reso visibile ai nostri occhi in Gesù di Nazareth.

L’evangelista Luca, nel brano che ascoltiamo questa notte, narra la nascita di Gesù, come un evento di portata straordinaria che assume tuttavia i contorni dell’ordinarietà e della semplicità. Il Figlio di Dio nasce tra gli animali, in quella parte della casa riservata ad essi, poiché tra la gente non c’era posto. L’evento straordinario della nascita del Salvatore sembra fin da subito annunciato da segni ordinari, comuni. Egli, Gesù, entra nella storia, incarnandosi. Non sceglie la spettacolarità ma l’umiltà, la semplicità, la piccolezza.

Davanti a quel bambino il nostro cuore può assumere due atteggiamenti. Possiamo vedere in lui il bambino Gesù e così emozionarci pensando al contesto in cui è nato e poi tutto finisce così, oppure, in quel bambino, possiamo anche contemplare il figlio di Dio, incontrare Dio. Dio che entra nella mia carne, la abita e la rinnova. Ecco il mistero grande che siamo chiamati a celebrare in questa notte: non una semplice commemorazione di un evento storico importante, ma l’incontro tra Dio e l’umanità, tra il Creatore e la creatura, tra il Padre e me.

Cari amici, il mistero del Natale, apre il nostro cuore a contemplare il volto di Dio indicandoci anche la via da percorrere per poterlo fare.

L’evangelista infatti,  mette anche in evidenza che il primo annuncio della nascita di Gesù è dato ai pastori che vegliavano. Alla classe sociale più bassa, Dio rivela la salvezza del suo popolo. Ai piccoli, agli umili, Dio rivela la sua onnipotenza e il suo amore. Con questo racconto Luca vuole mostrarci la strada da percorrere per incontrare Dio. Egli parlando dei pastori parla degli uomini di ogni tempo. Il Mistero grande di Dio, del suo amore, della sua forza non viene rivelato ai sapienti e agli intelligenti ma ai piccoli. Il criterio che Dio utilizza per comunicare non è quello della ragione umana ma quello dell’amore. Così ci può sembrare incomprensibile il fatto che Dio venga nel mondo nella forma di un bambino, e ancor di più può sembrare incomprensibile che si mostri ai piccoli. Di fronte all’amore smisurato di Dio anche la ragione, ad un certo momento, deve fermarsi. Il modo di agire di Dio, che è amore, non è comprensibile se non nella logica dell’amore. L’amore è accolto e vissuto pienamente solo da  colui che sa di offrire se stesso consapevole di essere poca cosa, di poter ricevere tanto dall’altro solo dandosi e spendendosi per colui che ama.

E così, se la logica umana fatica a comprendere un Dio che si mostra con il volto di un bambino, la logica dell’amore ci aiuta a penetrare in profondità il mistero che celebriamo in questa notte.

Come ai pastori anche a noi, Dio si mostra nella semplicità di un bambino avvolto in fasce e deposto in una mangiatoia. E sapremo accoglierlo e riconoscere in Lui il “Dio-con-noi” solo se, come i pastori, sapremo metterci davanti a lui con tutta la nostra umanità. Accoglieremo veramente l’annuncio di Pace di questa notte solo se metteremo senza timore davanti al Bambino di Betlemme, tutta la nostra vita fatta di gioie e di speranze, di tristezze e di angosce. Spesso ci rifugiamo dietro a delle scuse banali: “Tanto il Signore ci conosce, tanto lui sa tutto di me…” che se da una parte dicono una profonda verità, e cioè che Dio ci conosce, dall’altra impediscono al nostro cuore di aprirsi totalmente alla sua Grazia e alla sua potenza.

Aprire il nostro cuore a Dio significa dirgli ciò che siamo senza paura, come hanno fatto i pastori. Non si sono vergognati dei loro limiti, ma con coraggio si sono messi in cammino, hanno aperto il loro cuore alla voce di Dio e hanno scoperto il “segno” che Dio aveva preparato per loro.

Cari amici, tante volte andiamo alla ricerca di segni, talvolta anche magici, per avere certezze, scoprendoci poi ancora più fragili e incerti; Questa notte Dio ci offre ancora una volta il suo segno: un bambino, avvolto in fasce deposto in una mangiatoia, non lasciamocelo sfuggire!

Mettiamoci in cammino, «andiamo dunque fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere», mettiamo il nostro cuore accanto a quello del santo Bambino e scopriremo che Dio sta camminando verso di noi, che ci sta attendendo dietro le pieghe della nostra storia personale e comunitaria. Apriamo il nostro cuore a Dio, egli ha già aperto per noi il suo. Buon Natale!

CONVERTIRSI ALLA GIOIA

sabato, 11 dicembre 2010

Si rallegrino il deserto e la terra arida,
esulti e fiorisca la steppa.
Come fiore di narciso fiorisca;
sì, canti con gioia e con giubilo. (Is 35,1-2)

Le parole di Isaia, pur rallegrandoci il cuore, ci lasciano un po’ perplessi. A sentirle tutte di seguito, stonano con il mio presente di uomo. Troppa gioia tutta nello stesso momento ci fa pensare a qualcosa di irrealizzabile. Come è possibile tutto questo? Come è possibile che in mezzo alle difficoltà che incontriamo ogni giorno, Isaia si “permetta” di parlarci di gioia, di deserti che fioriscono, di steppe sconfinate che fioriscono, di occhi che si aprono, di piedi che tornano a camminare, di  orecchi che torneranno a sentire? Tutto sembra parlarci di gioia ma noi, diciamocelo, viviamo un tempo che di gioia proprio non sembra mostrare alcun segno. Crisi lavorative, familiari, malattie; come può Isaia invitarci a gridare di gioia?. Anche Paolo, nell’antifona che introduce la liturgia di questa domenica, sembra essere irrispettoso del nostro modo di essere e di vivere: «Rallegratevi sempre nel Signore: ve lo ripeto, rallegratevi, il Signore è vicino» (Fil 4,4.5).

Il Vangelo di questa domenica parla ancora una volta di Giovanni il Battista. Se domenica scorsa, però, lo avevamo lasciato nel deserto a battezzare e a indicare una via di conversione oggi lo troviamo in carcere immerso nel dubbio e nella paura. Giovanni aveva annunciato un Messia dal volto duro, severo giudice, ministro dell’ira di Dio e ora si trova davanti a “segni e prodigi” che il Messia compie perché gli uomini si convertano ed entrino nella gioia di Dio. Per lui che di quel Messia era voce, parola, tutto si complica. La sua fede entra in crisi. Come può il Messia di Dio perdonare, guarire, sanare, benedire, seminare gioia e non timore, luce e non paura? Giovanni entra in crisi e manda i suoi discepoli da Gesù a chiedere: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?»(Mt 11,3). Gesù rispose loro usando le stesse parole che noi abbiamo ascoltato nella prima lettura: «Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!»( Mt 11,4-6). Per Giovanni è necessaria una conversione. Lui che con forza aveva predicato al suo popolo la conversione, che aveva fatto vita di penitenza fino a quel momento, doveva fare anche lui opera di conversione, anche lui si sentiva chiamato a “girare il proprio sguardo” su Gesù.  Per Giovanni e per ciascuno di noi diventa necessario convertirci. Il tempo di avvento, così come quello di quaresima, è un tempo di conversione. Oggi, in questa domenica in cui tutto parla di gioia, siamo invitati a convertirci alla gioia cristiana, alla gioia di Cristo. La liturgia della Parola di oggi ci invita a non guardare alla nostra vita con lo sguardo del perseguitato ma con quello del profeta. Ripartiamo dalla gioia. Ripartiamo dai segnali di vita, di speranza che Dio fa crescere in noi. Siamo invitati a convertirci alla gioia, a dire grazie al Signore per il bene che sentiamo crescere in noi e attorno a noi. E di bene ce n’è davvero tanto. Anche nelle nostre famiglie, nelle relazioni, nelle nostre Comunità, nella Chiesa. Purtroppo siamo abituati ad essere giornalisti e spettatori di cronaca nera, assidui spettatori di macabre visioni della vita. La liturgia della Parola ci dice allora, che per noi cristiani il deserto, l’aridità, la siccità della nostra vita sono i luoghi in cui Dio farà germogliare un narciso, farà spuntare fiori e farà scorrere acque abbondanti. Il Cristiano non si abbandona senza speranza alle tenebre ma con perseveranza sa attendere la luce anche se non è immediatamente percettibile ai suoi sensi. Come l’agricoltore di cui ci parla Giacomo nella seconda lettura: «Egli aspetta con costanza il prezioso frutto della terra finché abbia ricevuto le prime e le ultime piogge. Siate costanti anche voi, rinfrancate i vostri cuori, perché la venuta del Signore è vicina».  Così è stato per Giovanni: ha atteso con perseveranza il Messia e ne ha visto i segni.

Vogliamo uscire oggi di chiesa con uno sguardo nuovo, capace di vedere il bene, capace di guardare a Cristo, come a colui che ha sconfitto le tenebre e la morte e ci guida verso un traguardo di risurrezione.  «Rallegratevi sempre nel Signore: ve lo ripeto, rallegratevi, il Signore è vicino» (Fil 4,4.5).

è ormai tempo di svegliarvi dal sonno – lectio Rm 13,11-14a

martedì, 30 novembre 2010

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani

[Fratelli],

13,11 questo voi farete, consapevoli del momento: è ormai tempo di svegliarvi dal sonno,perché adesso la nostra salvezza è più vicina di quando diventammo credenti.

12 La notte è avanzata, il giorno è vicino. Perciò gettiamo via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce.

13 Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: non in mezzo a orge e ubriachezze, non fra lussurie e impurità, non in litigi e gelosie.

14a Rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo

CORNICE

Il brano che abbiamo ascoltato è tratto dal capitolo 13 della lettera di San Paolo ai cristiani di Roma.  Era suo desiderio profondo potervisi recare quanto prima. Paolo desiderava ardentemente annunciare il Vangelo ad ogni creatura e pertanto non vi era luogo migliore per farlo se non la capitale dell’impero. Una volta che il vangelo fosse arrivato a Roma, di lì  più facilmente si sarebbe diffuso nel mondo. Con questo desiderio Paolo scrive questa lettera, che intendeva come il suo biglietto da visita, per presentarsi ai romani prima di una sua venuta tra loro. Dopo la prima parte della lettera, i primi 11 capitoli, in cui mette in luce il cuore della fede e cioè che Cristo è l’unica speranza di salvezza per tutti gli uomini, nella seconda parte (capp. 12-15) illustra il modo di vivere questa verità che, con chiarezza, ha tentato di esprimere. L’invito di Paolo è a vivere con decisione la carità e gli altri obblighi richiesti dall’essere cristiani; essere esempio, cioè, non tanto con le labbra ma con tutte le azioni. Quello di cui il mondo ha bisogno è di una testimonianza di una vita vissuta nello Spirito di Cristo.

Ecco la cornice dentro la quale si colloca il brano che è appena stato proclamato e che la liturgia ci propone anche come seconda lettura nella Messa di oggi, prima domenica di avvento.

LECTIO

Questo voi farete, consapevoli del momento: è ormai tempo di svegliarvi dal sonno, perché adesso la nostra salvezza è più vicina di quando diventammo credenti. Il tempo. Paolo parla di un tempo presente come di un Kairos, un tempo di grazia,  un tempo di decisiva importanza che ci prepara al ritorno di Gesù alla fine della storia. Dal momento dell’incarnazione siamo entrati in un tempo di salvezza in cui la nostra vita non va più intesa come uno sterile susseguirsi di eventi ma come uno spazio di grazia per diventare «concittadini dei santi e familiari di Dio»[1]. Con l’incarnazione, ciò che era stato annunciato per secoli dai profeti, si è rivelato come un tempo presente e, dal quel momento fino ad oggi e ancor di più fino al ritorno promesso di Gesù, vivremo un eterno presente di salvezza in cui siamo chiamati a svegliarci dal torpore del sonno. Abbiamo bisogno di svegliare la nostra fede, di tenerla desta. Il tempo del ritorno è vicino, ci dice Paolo. Attenzione! Non dice quando sarà il ritorno ma ci dice con chiarezza che certamente i romani più dei contemporanei di Gesù, e noi più dei romani siamo vicini al tempo in cui si manifesterà la gloria di Dio. Allora vedremo Dio « a faccia a faccia » (1 Cor 13,12), « così come egli è » (1 Gv 3,2). La fede, quindi, è già l’inizio della vita eterna[2]. È necessario, ci dice quindi Paolo, tenere sveglia la nostra fede “riscattando” il tempo. Si, il cristiano è chiamato a vivere il tempo ri-scoprendone, e facendone riscoprire, il valore ultimo. Potremmo dire che il tempo è fatto per l’uomo e non l’uomo per sottostare al tempo. Ci è chiesto, come cristiani, di mostrare a chi vive confusamente, che è possibile riappropriarci del tempo, per sederci, riposarci, e ritrovare il gusto del dialogo fra noi e con Dio così da scoprirne la sua volontà[3].

Ma come fare, ci chiediamo noi, ad evitare che il nostro “essere cristiani” si assopisca e perda la sua rilevanza dentro il contesto sociale e culturale in cui ci troviamo a vivere e operare?

Ci viene incontro ancora una volta l’apostolo Paolo quando proseguendo nella stesura della lettera che abbiamo ascoltato scrive: «La notte è avanzata, il giorno è vicino. Perciò gettiamo via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce»[4].

In mezzo a sconvolgimenti tenebrosi in cui vive, quasi in una perenne notizia di cronaca nera, il cristiano non è chiamato a combattere le tenebre con le stesse armi ma piuttosto a combattere con le armi della luce. In altre parole, con Paolo, potremmo dire che il Cristiano non deve lasciarsi vincere dal male ma deve vincere il male con il bene[5].

Certo non è facile rendere ragione della propria fede in questo modo. Sarebbe più comodo vivere una vita in penombra, dove il sole di Cristo arriva solo in determinate ore e poi ombra, buio, notte. Questo sarebbe una situazione di comodo per noi e per il mondo. Ma non è alla comodità che siamo chiamati ma alla verità. Cari amici, il cristiano non è chiamato a vivere comodo ma ad essere segno talvolta, anzi il più delle volte, scomodo. Come il suo maestro, sul suo esempio, il cristiano deve essere segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori[6].

Sicuramente questo comporterà delusioni, amarezze, talvolta anche esclusioni e solitudini, ma non è sul successo della nostra testimonianza che possiamo basare il nostro credo quanto sulla consolante certezza che ogni cosa che avremmo fatto ad un fratello più piccolo, povero, fragile, l’avremmo fatta a Cristo. Ed è solo in lui che dobbiamo trovare la motivazione profonda del nostro agire. Ed è singolare che Paolo, dopo aver usato il voi esortativo, nel momento in cui deve dare l’esempio usi il noi.

Scrive infatti: «Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: non in mezzo a orge e ubriachezze, non fra lussurie e impurità, non in litigi e gelosie». Tutti, pastori e gregge, sono chiamati a ricentrarsi su Cristo a ricalibrare la propria chiamata. Sia pastori che gregge, prima di ogni altra chiamata, sono chiamati da Cristo stesso a farsi suoi imitatori ad essere suoi discepoli. La chiamata fondamentale per tutti è ad essere segno di Cristo, voce di Cristo, mano di Cristo, affinché, come scrive sempre san Paolo, Cristo diventi il tutto per ogni uomo poiché l’unico desiderio di Dio è che «tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità» (1 Tm 2,4) .

Tutti, in definitiva siamo chiamati  a “rivestirci” di Cristo.

Per essere segno di Cristo è necessario rivestirci di Cristo, tornare cioè ad indossare quell’abito di grazia, che con il battesimo ci è stato consegnato. Anche simbolicamente, nel rito del Battesimo, il sacerdote consegna al battezzato una veste bianca con queste parole: «sei diventato nuova creatura, e ti sei rivestito di Cristo. Questa veste bianca sia segno della tua nuova dignità: aiutato dalle parole e dall’esempio dei tuoi cari, portala senza macchia per la vita eterna»[7].

Noi tutti, un giorno siamo stati immersi nelle acque del Battesimo e siamo stati chiamati a far parte della grande famiglia della Chiesa. Qui, in questa compagnia, siamo cresciuti e in essa abbiamo incontrato Cristo e siamo entrati in relazione con Lui. Rivestirci di Cristo significa allora tornare con la memoria a quel momento di incontro. Egli ci ha amati fin da piccoli e ci ha guidato lungo i sentieri della nostra storia. Si è preso cura di noi. Ma rivestirci di Cristo non significa soltanto fare un esercizio di memoria ma anche imparare da lui, mettersi alla sua scuola. Rivestirsi di Cristo allora significa far nostro, passo dopo passo, lo stile di vita di Cristo. Pian piano, confidando nella grazia dello Spirito chiediamo al Signore di condurci a rinnovare il nostro modo di pensare e agire in modo che con la nostra vita,  possiamo «rendere ragione» di quella speranza che abita nei nostri cuori, quella della vita eterna.

A Maria, donna umile, che si è lasciata rivestire da Dio, affidiamo questo tempo di Avvento mentre con le parole della fede la invochiamo.

ORATIO

Aiutaci, o vergine Maria,

tu che hai risposto alla volontà di Dio,

ad accogliere la Parola che il Padre semina nel nostro cuore.

Aiutaci a far crescere in noi lo stile di Gesù,

aiutaci ad amare tutti indistintamente,

aiutaci a seminare luce in mezzo alle tenebre,

a vincere il male con il bene.

Noi ti invochiamo, vergine Maria, porta dell’avvento,

aiutaci a vivere il tempo come spazio della Grazia

che ci avvicina all’ultimo giorno,

quello in cui, dopo questo esilio terreno,

vedremo il frutto benedetto del tuo seno,

o clemente, o pia,

o dolce Vergine Maria.

Amen

d. Enrico


[1] Ef 2,19

[2] Catechismo della Chiesa Cattolica n° 163

[3] Cfr Ef 5,15-17:  Fate dunque molta attenzione al vostro modo di vivere, comportandovi non da stolti ma da saggi, facendo buon uso del tempo, perché i giorni sono cattivi. Non siate perciò sconsiderati, ma sappiate comprendere qual è la volontà del Signore.

[4] Rm 13,12

[5] Rm 12,21

[6] Lc 2, 34-35

[7] Rito del Battesimo dei bambini, Cei, Roma 1970, n°119

OLTRE LA MORTE…UNA VITA NUOVA!

sabato, 6 novembre 2010

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Dal vangelo secondo Luca  (20, 27-38)

In quel tempo, si avvicinarono a Gesù alcuni sadducèi – i quali dicono che non c’è risurrezione – e gli posero questa domanda: «Maestro, Mosè ci ha prescritto: “Se muore il fratello di qualcuno che ha moglie, ma è senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello”. C’erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli. Allora la prese il secondo e poi il terzo e così tutti e sette morirono senza lasciare figli. Da ultimo morì anche la donna. La donna dunque, alla risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie».
Gesù rispose loro: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito: infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio. Che poi i morti risorgano, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando dice: “Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe”. Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui».

 

 

Il Vangelo che abbiamo appena letto presenta la figura di alcuni Sadducei che si presentano a Gesù per porgli una domanda imbarazzante riguardo la risurrezione. Una donna che, secondo la legge di Mosè, avesse sposato 7 mariti di chi sarebbe stata moglie nella risurrezione? Una domanda imbarazzante, per mettere alla prova Gesù, per sentire un suo parere riguardo la risurrezione dei morti. I Sadducei non credevano nella risurrezione dei morti e la ritenevano una favoletta da illusi, da pazzi.

A questi, Gesù, risponde mettendo in evidenza che la vita oltre la morte non è la semplice continuazione della vita terrena. La morte, in questo caso, risulterebbe come una porta da oltrepassare oltre la quale tu ritrovi i tuoi cari, tutti coloro che hanno lasciato questo mondo così come li avevi lasciati nel momento del distacco. Gesù ci mette bene in guardia da questa visione distorta della vita oltre la morte. Gesù, attenzione, non nega il ricongiungimento con coloro che sono morti, ma ci dice che oltre la morte c’è una vita completamente nuova in cui tutti gli affetti saranno subordinati a Dio. L’altra vita è davvero un’altra vita, una vita di qualità diversa. È, sì, il compimento di tutte le attese che l’uomo ha sulla terra – e anzi infinitamente di più -, ma su un piano diverso (R. Cantalamessa).

Tutte le nostre esperienze di vita, tra cui anche il matrimonio chiamato in causa dai Sadducei, a contatto con Dio saranno comprese in tutta la loro essenzialità. Tutto avrà un volto nuovo in Dio. Ciò che varrà non saranno più i tradimenti, i litigi, gli errori. La vita oltre la morte sarà filtrata dagli occhi di Dio. Il solo contatto con il volto di Dio trasformerà il nostro modo di vivere. In Dio tutto si capirà, tutto si scuserà, tutto ci si perdonerà (R. Cantalemessa).

Anche oggi, molti uomini e donne, ritengono la risurrezione una favoletta da illusi. Eppure la Risurrezione è l’evento fondante della nostra fede. In essa noi vediamo il compimento di una vita terrena che in Dio troverà il suo perfetto compimento e perfezionamento. E noi non siamo illusi, non siamo dei creduloni, siamo convinti, perché egli ha toccato la nostra vita e ci ha chiamati alla fede, che Dio è il Dio dei vivi. Ce lo ha dimostrato in maniera chiara nella risurrezione di Gesù Cristo dai morti e nella sua manifestazione ai discepoli di ieri e di oggi.

Cristo è risorto e la fede, quella fede che Paolo nella lettera ai Cristiani di Tessalonica definisce come dono di colui che è fedele, ci dona sicurezza e speranza. La fede infatti – dice Paolo – non è di tutti. Ma il Signore è fedele: egli vi confermerà e vi custodirà dal Maligno. Il maligno vuole indebolire la nostra fede, vuole spegnere la nostra speranza, vuole strapparci  la promessa che una vita bella in Dio è possibile.

Pertanto facciamo nostre le parole pronunciate da uno dei fratelli Maccabei di cui abbiamo ascoltato il racconto del martirio nella prima lettura. Risuonino nel nostro cuore, diventino la nostra rinuncia al male e nello stesso tempo la professione di fede nel Dio dei Vivi, il Padre di Gesù Cristo. «Tu, o scellerato, ci elimini dalla vita presente, ma il re dell’universo, dopo che saremo morti per le sue leggi, ci risusciterà a vita nuova ed eterna».

La scelleratezza della morte non potrà fermare il desiderio vitale di Dio che ci vuole uniti a se.

Fra qualche istante rinnoveremo la nostra professione di fede. Ogni domenica diciamo con le labbra: aspetto la resurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà; la fede ci dice che quel che diciamo con le labbra è un mistero grande in cui entrare pian piano e di cui fidarci. Dio che ha iniziato in noi la sua opera siamo certi che la porterà a compimento, riunendoci a sè.

d. Enrico 

OGGI LA SALVEZZA È ENTRATA IN QUESTA CASA

sabato, 30 ottobre 2010

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Il brano evangelico di Luca che leggiamo in questa domenica è uno dei più conosciuti. Narra di Zaccheo un uomo di cui ci vengono date fin da subito delle informazioni importanti. Zaccheo abita a Gerico. Questa città, nella Bibbia, è  considerata  la città della Salvezza, in cui l’uomo peccatore, capace di accoglienza viene salvato[1]. Prima di entrare a Gerico, mentre si dirige verso Gerusalemme, Gesù aveva guarito un cieco, quasi a dirci che per seguirlo verso la croce è necessario uno sguardo nuovo, che vede la salvezza che si avvicina. Di questo messaggio è figura Zaccheo. Di sicuro aveva già sentito parlare di Gesù e così lui, pubblicano, peggiore dei peccatori, vuole vederlo.  Domenica scorsa abbiamo sentito parlare di un pubblicano che dal fondo del tempio invocava la misericordia di Dio sui suoi peccati. La liturgia accosta a quel  brano del vangelo quello odierno che, pur non essendo in diretta continuità letteraria, ci mostra la conseguenza del gesto umile compiuto dal pubblicano nel tempio. Il desiderio di misericordia da parte del pubblicano del tempio è anche il desiderio di Zaccheo. Egli desidera vedere Dio, non vuole perdersi lo spettacolo di folla che segue un uomo che si dice capace di cose grandi in nome di Dio. Tutto qui! Di lui sappiamo, infatti, che non desidera altro che vedere Gesù. La piccolezza fisica di Zaccheo va oltre la statura. E così sale su un sicomoro, un albero forte, sicuro, non sradicabile; albero che, nel linguaggio biblico, indica le proprie certezze e sicurezze.  Anche oggi molti uomini cercano Dio, perché vedono che altri lo seguono, sono stati toccati dal suo amore e gli vanno dietro. Tuttavia per vederlo lo cercano nelle definizioni o nei concetti filosofici, arrivando molto spesso a negarne la presenza, proprio perché per Dio, come per ogni realtà viva, non si possono adottare criteri statici. Dio non è un concetto, seppur alto, da raggiungere solo con i ragionamenti. Dio è dinamismo. La forza dello Spirito ci testimonia che Dio cammina sulle nostra strade, nelle nostre piazze. Così è successo per Zaccheo: Gesù passa di lì, lo vede e lo interpella. Lui che voleva solo vedere Gesù si sente chiamato non solo a parlare con lui ma anche ad aprirgli la sua casa. Gesù, quindi, gli mostra la vera via per vederlo; non basta salire sul sicomoro della ricerca impersonale, ma è necessario aprire la propria casa, e cioè tutto noi stessi, alla sua Parola. La casa è ciò che di più intimo ognuno di noi possiede. Lì entra Gesù. Finchè Dio rimane affare da trattare in parrocchia, a catechismo, al gruppo giovani, egli rimane un semplice uomo “da vedere” . Gesù ci chiede la conversione non solo degli occhi  ma anche del cuore, di tutto noi stessi. Ci chiede di lasciarlo entrare in casa nostra non come ospite straordinario a cui far vedere il “servizio buono” di piatti ma come familiare. Così avviene per Zaccheo. La sua salvezza non sta nell’aver visto il Signore ma nell’averlo accolto nella sua casa. Il pubblicano al tempio, domenica scorsa, ammetteva di essere poca cosa, di aver bisogno di Dio, Zaccheo, pur non essendone consapevole, lo dimostra con i fatti. Oggi, subito. La tua storia di salvato non è cosa futura ma presente. Oggi, ogni giorno può essere quello dell’incontro con Dio.  Scriveva Alda Merini:

Devo liberarmi del tempo
e vivere il presente giacché non esiste altro tempo
che questo meraviglioso istante.

Oggi la salvezza è entrata in questa casa!

Quando Dio entra dentro la tua vita essa assume inevitabilmente un ordine nuovo. L’ingresso di Dio nella mia vita comporta un dialogo continuo, ogni scelta va condivisa con lui, come si fa in famiglia per le cose importanti. Egli non ti toglie ciò che sei, ma orienta la tua vita verso un futuro di bene, di bello, di grande. Basta solo il piccolo desiderio di volerlo vedere e la prontezza di aprirgli la porta della nostra casa. Zaccheo non fa altro. E si ritrova, come il pubblicano di domenica scorsa, a chiedere misericordia esercitando lui stesso la misericordia. Si, perché proprio per il fatto che Dio è amore, e quindi dinamico, non si limita a salvarti ma ti fa essere segno di questa salvezza. Altri vedendoti vorranno vederlo, conoscerlo. È una catena d’amore che nessuno al mondo avrà la capacità di interrompere.

Certamente questa catena infastidisce. Ai tempi di Gesù, così come ai nostri tempi, Dio disturba, infastidisce perché più di quanto può sembrare egli non sottostà alla volontà umana, ma la supera e la salva. E anche chi fatica a dirsi cristiano sa che il vuoto di Dio è un vuoto incolmabile.

Oggi la salvezza è entrata in questa casa.


[1] Cfr Gs 2, 1ss; 6,17ss

Va’ e anche tu fa’ così

sabato, 10 luglio 2010

Dal vangelo secondo Luca (10, 25-37)
In quel tempo, un dottore della Legge si alzò per mettere alla prova Gesù e chiese: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?». Costui rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso». Gli disse: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai».
Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è mio prossimo?». Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gèrico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levìta, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”. Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ così». 

G. Conti La parabola del Buon Samaritano, Messina, Chiesa della Medaglia Miracolosa Casa di Ospitalità Collereale

G. Conti La parabola del Buon Samaritano, Messina, Chiesa della Medaglia Miracolosa Casa di Ospitalità Collereale

 

 

«Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?».  C’è un sogno di felicità  nel cuore del maestro della legge; è un sogno molto più profondo  di quello che mostra provocando Gesù. Sapeva bene che per essere veramente uomo doveva mettere in pratica la legge di Dio, ciò che la buona tradizione giudaica tramandava di padre in figlio. Amare Dio e amare il prossimo come se stessi è il nucleo di una vita felice e realizzata. Gesù ha unito, facendone un unico precetto, il comandamento dell’amore di Dio con quello dell’amore del prossimo, mostrandoci così che l’amore non è più solo un comandamento da mettere in pratica ma è anche una risposta all’amore di Dio. Si, il cristiano sa che Dio ama l’uomo immensamente e scopre che il suo amore, quello che sperimenta nelle relazioni con gli altri è la risposta all’affetto che Dio nutre verso di lui. Nell’uomo che accoglie l’amore di Dio avviene come una fissione nucleare. Egli non è più quello di prima, come l’atomo di una materia si trasforma, così la vita stessa dell’uomo che incontra Dio cambia e a sua volta fa cambiare il mondo. L’amore verso il prossimo, allora, si rivela essere sia la risposta dell’uomo all’amore di Dio ma anche la risposta che Dio dona all’uomo assetato di felicità.

Ma se la soluzione al primo interrogativo, come posso essere felice?, Gesù la da usando lo stesso linguaggio legale dell’interlocutore, la risposta al secondo interrogativo dell’uomo, chi è il mio prossimo, Gesù la da utilizzando un fatto di cronaca. All’epoca era facile per chi scendeva da Gerusalemme a Gerico attraverso uno dei tanti wadi, cioè dei sentieri tracciati dalle acque dei torrenti che nelle stagioni secche venivano usati come strade, imbattersi nei briganti.

Nel dolore, nella sofferenza in cui è incappato l’uomo della parabola nessuno da risposte. Il culto legalistico fatto solo di norme e precetti, rappresentato dal sacerdote e dal levita, non da alcuna risposta. Vanno oltre, sporcarsi le mani con l’uomo, toccare la sofferenza con mano, può sembrare cosa dissacrante per il loro profilo di uomini tutti casa e chiesa. Un samaritano invece, un disprezzato, sa andare oltre il legalismo, ha compassione e si avvicina, scende da cavallo, forse ha paura, non è spontaneo fermarsi.

Ma chi è il mio prossimo? La parabola ci dice di non identificarci soltanto col samaritano ma anche con l’uomo incappato nei briganti. Ci è chiesto di passare dal chiederci “chi è il mio prossimo?” al chiederci “come posso farmi prossimo?”. Ognuno di noi è stato, è o sarà quell’uomo steso a terra sul quale sono state riversate le cure. Oggi allora ci è chiesto di ricordarci di quanti, attraverso le loro cure, ci hanno fatto incontrare l’amore di Dio e la memoria di quell’incontro ci deve spingere ad amare ogni uomo come un fratello. Non saremo mai del tutto felici finché qualcuno sarà steso a terra dalla superbia dei più forti.

Il samaritano ci mostra la via da percorrere verso la felicità. Davanti all’uomo, a qualsiasi uomo

«Bisogna avvicinarsi, vedere gli occhi, ascoltare il respiro, allora ti accorgi che quell’uomo è tuo fratello, un pezzo di te. E nulla di ciò che è umano ti può essere estraneo».

Amare l’uomo è la via che ci fa amare Dio e amare Dio è la forza che ci fa abbracciare ogni uomo come fratello.  «Va’ e anche tu fa’ così».

LIBERI SE AMANTI

sabato, 26 giugno 2010

LIBERT~1I brani biblici proclamati in questa XIII domenica del tempo ordinario sembrano essere, almeno ad una prima lettura, in contraddizione. Paolo nella seconda lettura proclama: «Fratelli, Cristo ci ha liberati per la libertà!», il vangelo sembra essere messo in crisi dall’affermazione paolina là dove, nei tre dialoghi  con altrettanti personaggi senza nome, Gesù sembra dimostrarsi molto esigente con coloro che si propongono o sono scelti per mettersi dietro di Lui, per imparare a vivere come lui.

San Luca narra che «Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme».  La decisione di Gesù, la sua volontà di andare verso la morte, di salire il monte di Gerusalemme per morire, non è dettata da una mentalità da kamikaze, cioè dettata da obbligo ideologico, quanto piuttosto dalla forte consapevolezza che Dio era con lui e che, solo nella volontà del Padre, egli avrebbe portato a compimento la missione affidatagli. La direzione del viaggio di Gesù su questa terra, dunque, non era data da un suo desiderio di essere l’eroe del momento quanto piuttosto dal suo aderire alla volontà di Dio. È in questa sua obbedienza al Padre che Gesù realizza la propria libertà come consapevole scelta motivata dall’amore.

L’orientamento di Gesù a compiere sempre e dovunque la volontà del Padre, si rivela come il modello della vera libertà anche per noi.

La libertà, infatti, se non è motivata dall’amore, rischia di essere interpretata come libero arbitrio o dominio. La storia ce lo insegna e le vicende storico-ideologiche del secolo scorso ce lo confermano. Dove la libertà umana non si incontra con l’amore, con la carità, si trasforma in uno strumento contro l’uomo. La libertà non può rimanere “vuota” possibilità di fare o di non fare qualcosa. «Come la vita stessa dell’uomo, la libertà trae senso dall’amore. Chi infatti è più libero? Chi si riserva tutte le possibilità per paura di perderle, oppure chi si spende “decisamente” nel servizio e così si ritrova pieno di vita per l’amore che ha donato e ricevuto?»[1]

 Il senso di queste domande penso possa essere risuonato, nel cuore dei tre tali con i quali Gesù si incontra lungo il cammino. I dialoghi mettono in evidenza in maniera netta il pensiero di Gesù riguardo alla libertà, in relazione all’annuncio del regno e alla vocazione di ciascuno.

La chiamata di Dio, in qualunque forma essa trovi volto nella vita di ciascuno di noi, è essenzialmente una chiamata alla libertà, una chiamata a riempire di senso la propria esistenza. Non ve lo direi se non lo stessi scoprendo anch’io giorno dopo giorno. Ogni chiamata alla vita laicale o consacrata esprime il desiderio profondo di Dio di renderci veramente liberi. Ma da cosa siamo chiamati a liberarci?

L’evangelista Luca, nel suo racconto, ci da alcune risposte facendo incontrare Gesù con tre sconosciuti nel cui volto possiamo mettere il nostro volto. Siamo, in primo luogo, chiamati a metterci in gioco liberandoci dalle nostre certezze. Seguire Gesù significa fidarsi di lui, fidarsi di quella strada che egli ci indicherà. Egli non vuole bloccare il nostro slancio ma mette in primo piano la difficoltà della strada, perché il seguire lui non diventi uno sterile inseguimento di se stessi. La seconda liberazione che ci è chiesta è quella dai tanti “se” e “ma” che poniamo nel nostro rapporto con Gesù. Con Gesù non possiamo scendere a compromessi. Oggi, ora, Dio ci chiede di seguirlo. Tutti i nostri “se” e i nostri “ma”, anche se legittimi, ci chiudono il cuore alla fede. Nell’ultimo dialogo ci è mostrata la terza liberazione necessaria per camminare con Gesù. Dobbiamo liberarci da una mentalità troppo scrupolosa. Se prendiamo alla lettera le parole di Gesù nessuno di noi sarebbe adatto al Regno di Dio, ma queste parole non vanno lette distaccate da tutto il messaggio di Luca: Dio è misericordia, è Padre che rende le pietre di scarto, pietre angolari.

Ognuno di noi dunque è chiamato, in definitiva, a liberarsi di se stesso e a rendersi amante dell’uomo, come Gesù stesso che ha dato la vita per noi. Nessuno, umanamente parlando, è adatto per essere discepolo di Gesù. Solo la relazione con lui e l’amore per i fratelli possono renderci veramente liberi.   

 Ascolta, allora, Signore la nostra preghiera. Tu solo Signore Gesù, sei colui che ci può veramente rendere liberi di fronte alle sfide di ogni giorno. Aiutaci a donarci senza esitare; Tu sei la nostra speranza, non saremo confusi in eterno. Amen.

 


[1] Benedetto XVI, Angelus domenica 1 luglio 2007