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LA QUOTIDIANITÀ È LA VIA PER RICONOSCERE GESÚ

venerdì, 18 giugno 2010

 Dal vangelo secondo Luca (9, 18-24)
Un giorno Gesù si trovava in un luogo solitario a pregare. I discepoli erano con lui ed egli pose loro questa domanda: «Le folle, chi dicono che io sia?». Essi risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elìa; altri uno degli antichi profeti che è risorto».
Allora domandò loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro rispose: «Il Cristo di Dio».
Egli ordinò loro severamente di non riferirlo ad alcuno. «Il Figlio dell’uomo – disse – deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno».
Poi, a tutti, diceva: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà».

 Dopo un tempo di preghiera solitario, incentrato sicuramente sulla ricerca della volontà del Padre, Gesù si rivolge ai suoi discepoli indagando, come farebbe un giornalista, cosa dica la gente su di lui? Chi è lui per la gente?

I discepoli rispondono riportando le risposte comuni, ciò che si diceva in giro riguardo Gesù di Nazareth (Giovanni Battista, un profeta risorto…). È evidente che a Gesù queste risposte interessano relativamente. La domanda successiva mette in luce il vero interesse di Gesù: Chi era lui per i suoi discepoli?

Anche a noi Gesù, oggi, pone questa domanda. Chi sono io per te? Chi è Gesù per noi?

Se scrivessimo le nostre risposte su un libro, probabilmente, ne uscirebbe un nuovo vangelo, fatto di esperienze, volti, persone nelle quali abbiamo potuto incontrare il volto del Signore Gesù.

Chi è Gesù per me? Porsi questo interrogativo significa chiedersi quale posto occupa Gesù nella nostra vita di credenti. Pietro, a nome di tutto il gruppo dei discepoli, risponde con un titolo alto, profondo: Tu sei il Messia!

Per il popolo ebraico l’attesa del Messia era a fondamento del loro credere… che Pietro, ebreo praticante, e la Comunità dei discepoli lo riconoscano come tale, significa che per loro Gesù dava senso definitivo al loro essere credenti. Quel Gesù mostrava loro il volto di Dio in maniera chiara e definitiva.

L’incontro con Gesù aveva cambiato in maniera netta la loro vita di credenti; ciò che attendevano ora potevano vederlo e toccarlo ma non solo, Gesù si era loro mostrato amico, gli aveva dischiuso i misteri di Dio, gli aveva mostrato che Dio è Padre e ha cura dei suoi figli. La ricerca di Dio per loro culminava, ma non terminava, nell’incontro vivo con Gesù di Nazareth, un uomo discreto, umile, semplice: il Figlio di Dio.

Per noi, invece, cresciuti sapendo che Gesù è il Figlio di Dio, è necessario fare il passaggio inverso rispetto a quello compiuto dai discepoli. Loro dall’aver scoperto che Dio gli si era fatto vicino in Gesù, sono arrivati a proclamarlo Santo di Dio, noi dal sapere che è il Messia possiamo arrivare a riconoscerlo presente e vivo dentro la nostra storia quotidiana. Senza questo passaggio Gesù rimarrebbe un concetto, non una persona.

Come riconoscerlo, allora, dentro la nostra storia?

È lo stesso Gesù a indicarci la via quando ai suoi discepoli dice: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà».

La via che Gesù ci indica è quella della rinuncia a se stessi. Gesù, dunque, ci chiede di rinunciare alla nostra libertà, alla nostra vita fatta di incontri, relazioni, hobby e divertimento? O ancora, significa che egli ci chiede sacrificio e rinuncia agli ideali alti e profondi che ci ispirano?

Nulla di tutto questo! Gesù ci chiede di vivere la nostra storia mettendo al centro lui e il suo vangelo. Quello che ci è chiesto è di prendere sul serio la sua proposta di  felicità: Lasciarlo entrare nella nostra vita, per riuscire a viverla con il suo sguardo, con il suo cuore.

Chi accoglie la quotidianità, anche se caratterizzata da dispiaceri o dolori, con la pazienza e la perseveranza di Cristo può scorgervi in essi la presenza di Gesù. Egli stesso è salito al calvario portando la croce, egli stesso ha dato la sua vita perché noi fossimo salvati. Alzando lo sguardo verso il crocifisso, per contemplare l’amore di Dio ci scopriremo amati teneramente da lui. Nella prima lettura abbiamo ascoltato le parole del Signore al profeta: «Riverserò sopra la casa di Davide e sopra gli abitanti di Gerusalemme uno spirito di grazia e di consolazione: guarderanno a me, colui che hanno trafitto». Guardando a Cristo crocifisso i nostri deserti si trasformeranno in sorgenti d’acqua fresca perché il Signore si è caricato le nostre fragilità e i nostri errori, i nostri pianti e i nostri dolori. Ecco il nostro Dio! Eccolo presente dentro la nostra storia poiché, come preghiamo nella preghiera di colletta all’inizio della Messa, egli non priva mai della sua guida coloro che ha stabilito sulla roccia del suo amore.

Chi è dunque Gesù per me? Rimane aperto questo interrogativo. La risposta la daremo con la nostra stessa vita.

 d. Enrico

 amiciziaPREGHIAMO

Tardi t’amai,
bellezza così antica,
così nuova,
tardi t’amai!
Ed ecco,
tu eri dentro di me
ed io fuori di me
ti cercavo
e mi gettavo
deforme
sulle belle forme
della tua creazione…
Tu hai chiamato
e gridato,
hai spezzato la mia sordità,
hai brillato
e balenato,
hai dissipato la mia cecità,
hai sparso la tua fragranza
ed io respirai,
ed ora anelo verso di te;
ti ho gustata
ed ora
ho fame e sete,
mi hai toccato,
ed io arsi
nel desiderio
della tua pace
(SANT’AGOSTINO, Le Confessioni, X, 27)

 

L’AMORE CON L’AMORE SI PAGA

venerdì, 11 giugno 2010

Dal vangelo secondo Luca  7,36-50
In quel tempo, uno dei farisei invitò Gesù a mangiare da lui. Egli entrò nella casa del fariseo e si mise a tavola. Ed ecco, una donna, una peccatrice di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, portò un vaso di profumo; stando dietro, presso i piedi di lui, piangendo, cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di profumo.
Vedendo questo, il fariseo che l’aveva invitato disse tra sé: «Se costui fosse un profeta, saprebbe chi è, e di quale genere è la donna che lo tocca: è una peccatrice!».
Gesù allora gli disse: «Simone, ho da dirti qualcosa». Ed egli rispose: «Di’ pure, maestro». «Un creditore aveva due debitori: uno gli doveva cinquecento denari, l’altro cinquanta. Non avendo essi di che restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi di loro dunque lo amerà di più?». Simone rispose: «Suppongo sia colui al quale ha condonato di più». Gli disse Gesù: «Hai giudicato bene».
E, volgendosi verso la donna, disse a Simone: «Vedi questa donna? Sono entrato in casa tua e tu non mi hai dato l’acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. Tu non mi hai dato un bacio; lei invece, da quando sono entrato, non ha cessato di baciarmi i piedi. Tu non hai unto con olio il mio capo; lei invece mi ha cosparso i piedi di profumo. Per questo io ti dico: sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato. Invece colui al quale si perdona poco, ama poco».
Poi disse a lei: «I tuoi peccati sono perdonati». Allora i commensali cominciarono a dire tra sé: «Chi è costui che perdona anche i peccati?». Ma egli disse alla donna: «La tua fede ti ha salvata; va’ in pace!».

 

Gesù era accusato da parte dei farisei e dai dottori della legge di essere un “mangione e beone, un amico di pubblicani e peccatori” uno che amava perdere il suo tempo in mezzo agli ultimi, a quelli che nella loro professione o nella loro vita avevano fatto espererienza del male, del peccato che toglie via le tinte calde dall’opera d’arte che è la vita.  Le accuse rivolte a Gesù fanno da preludio al brano che la liturgia odierna ci propone. Accusato dai farisei, Gesù va a cena da uno di loro, da un certo Simone.

Mentre era a cena in casa di Simone entra una donna, una peccatrice. Sappiamo dagli esegeti essere una prostituta. Ella porta con se un vaso di profumo, dagli altri vangeli sappiamo essere un vaso di nardo preziosissimo, e postasi ai piedi di Gesù inizia a baciarli, bagnarli con le lacrime, asciugarli con i capelli e a profumarli. Lo sguardo di Simone si ferma su quella donna e sulle attenzioni che ella riservava a Gesù, mentre il suo pensiero va a leggere l’atteggiamento di Gesù. Si stupisce in cuor suo il fariseo, lui che dal popolo era considerato “giusto” perché conoscitore della legge e di tutte le regole di purità, che Gesù si lasci toccare da una donna e per lo più da una peccatrice.

Ma Gesù si ferma, e gli dice: “Simone, ho da dirti qualcosa”. E con una parabola porta l’attenzione del Fariseo su ciò che la donna sta compiendo verso di lui. Ciò che la donna sta facendo dimostra amore, attenzione. Poiché ha molto amato il suo male, il suo peccato, le viene rimesso. Anche a noi oggi Gesù deve dirci qualcosa…

La logica con cui Gesù agisce è la stessa sia in casa dei peccatori che in casa di coloro che dalla società sono dichiarati giusti. Gesù entra nelle case degli uni e degli altri per ricordarci che Dio ci ama e lui è il volto di questo amore. Quella donna si è rivelata “giusta” più di Simone che, pur conoscendo ogni parola della legge, si dimentica di compiere gesti di umana attenzione, che invece lei, la pubblica peccatrice, compie con amore, sentimento, trasporto emotivo. Quella donna, per dirla con una canzone di Ivano Fossati cantata da Fiorella Mannoia, non si è stancata di bussare alla porta di Dio. Dio non ha paura di entrare dove l’acqua è torbida, dove lo sporco sembra aver oscurato tutto, dove la polvere sembra aver invecchiato ogni cosa. Dio si sporca le mani con gli ultimi della terra, con ogni uomo, senza distinzioni. Spesso le nostre relazioni si fermano all’apparenza siano esse in casa, in ufficio, a scuola, nello sport, ma per Dio le relazioni partono dal cuore e sono espressione di un amore che non è mai fermo. Anche per noi cristiani dovrebbe essere questa la logica del nostro agire.

Il Vangelo di questa domenica ci suggerisce in maniera delicata il nostro compito di cristiani: amare, amare, amare! Amare tutti senza distinzione, amare senza guardare all’apparenza ma al cuore delle persone! Amare tutti, veramente tutti come Gesù, pertendo dagli ultimi, da coloro che ci sembrano lontani, da coloro che faticano a trovare serenità e pace, impariamo ad amare da coloro che nella sofferenza continuano a lottare, impariamo da coloro che non si dimenticano la propria fede proprio nel momento della croce, negli attimi in cui credere diventa difficile se non c’è amore. Il vangelo che abbiamo ascoltato ci chiede di imparare ad amare in un modo forse inaspettato…amando! Ad amare si impara amando, amando come Gesù, che ha dato la sua vita per gli altri.

Ma quanto è difficile amare veramente! E ancor di più quanto è difficile lasciarsi amare!

Spesso ci sentiamo un po’ come Simone… guardiamo alla forma e ci dimentichiamo la sostanza… la comunità cristiana invece dovrebbe assomigliare sempre di più alla peccatrice del Vangelo… si mette ai piedi di Gesù, riconosce di essere bisognosa di amore, e mai si stanca di bussare al suo cuore.  Solo amando ci si riconosce amati e solo se ci si riconosce amati si può amare tutti con più intensità. Come comunità, come giovani, come famiglie, come anziani possiamo farcela a crescere nell’amore.  Una canzone di Lugabue scritta qualche anno fa, diceva: Metti in circolo il tuo amore… Si, Mettiamo in circolo il nostro amore anche se povero e spesso svenduto… siamo consapevoli, come è stato cantato che “l’amore con l’amore si paga…!”

d. Enrico

2 video per pregare…

L’ AMORE CON L’ AMORE SI PAGA – Fiorella Mannoia

METTI IN CIRCOLO IL TUO AMORE – LIGABUE

E noi abbiamo conosciuto e creduto l’amore che Dio ha in noi

martedì, 11 maggio 2010

Dalla prima lettera di S. Giovanni apostolo (4, 7-16)

 Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è stato generato da Dio e conosce Dio. 8Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore. 9In questo si è manifestato l’amore di Dio in noi: Dio ha mandato nel mondo il suo Figlio unigenito, perché noi avessimo la vita per mezzo di lui. 10In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati. 11Carissimi, se Dio ci ha amati così, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri. 12 Nessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di lui è perfetto in noi. 13In questo si conosce che noi rimaniamo in lui ed egli in noi: egli ci ha donato il suo Spirito. 14E noi stessi abbiamo veduto e attestiamo che il Padre ha mandato il suo Figlio come salvatore del mondo. 15Chiunque confessa che Gesù è il Figlio di Dio, Dio rimane in lui ed egli in Dio. 16E noi abbiamo conosciuto e creduto l’amore che Dio ha in noi. Dio è amore; chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui.

 

 Cari fratelli e sorelle, «In questo si è manifestato l’amore di Dio in noi: Dio ha mandato nel mondo il suo Figlio unigenito, perché noi avessimo la vita per mezzo di lui» (1Gv 4,9).

Il cuore della nostra fede, il centro del nostro essere cristiani e, in qualche modo, anche il nostro essere raccolti qui, in preghiera, nel giorno del Signore, può essere riassunto in questa espressione che l’autore, probabilmente un discepolo anziano di Giovanni, colloca nel cuore della sua prima lettera.

Davanti a chi rifiutava di riconoscere che Gesù era uomo vero e che attraverso la sua morte e risurrezione, Dio ha fatto scaturire un torrente di salvezza, l’autore afferma con forza che la nostra salvezza viene da Dio e lui solo può donarci la vera gioia perché «Dio è amore».

I discepoli, e Giovanni in particolare, avevano gustato in profondità questa verità che ai loro occhi si era mostrata in tutta la sua evidenza nel volto, nei gesti e nelle parole di Gesù di Nazareth.

Ancor di più essi hanno fatto esperienza di Dio nell’amicizia vera con Gesù. Gesù stesso nella notte della cena, prima di essere arrestato, dopo aver lavato i piedi ai discepoli li chiama “amici”. Tale amicizia è molto forte e si rivela come fattore determinante nel loro itinerario di fede. Certo l’amicizia da parte di Gesù verso i dodici è stata messa a dura prova dal tradimento e dal rinnegamento dei suoi, ma non è mai venuta meno quanto piuttosto, il morire in croce di Gesù per gli uomini si è rivelato essere il modello della vera amicizia: «Nessuno ha un amore più grande di questo, dare la vita per i propri amici» (Gv 15,13).

Qui non significa soltanto il gesto estremo del dono fisico della vita per un altro, ma tutta la vita dell’individuo orientata al bene dell’altro. Quindi tutta l’esistenza dell’individuo è orientata verso il bene dell’altro.

Anche per noi oggi, così come per le prime comunità cristiane, è possibile fare esperienza di questo amore libero ed autentico con cui Dio ci ama. È ancora la lettera che abbiamo ascoltato a ricordarcelo, è scritto infatti: «Nessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di lui è perfetto in noi». Solo l’amore ricevuto e dato può farci sentire Dio intimamente unito a noi, può farci sentire immersi nel mistero del suo amore.  Riconoscerci amati da Dio, figli di un Padre che ci vuol bene e ci ama per come siamo, spinge ciascuno di noi a donarci per i nostri fratelli. Per il cristiano, per noi, l’amore ricevuto da Dio deve essere donato. Questo è scritto nel nostro dna di figli. L’amore per i fratelli, diventa per il cristiano che abita il mondo, il distintivo attraverso il quale chi ci guarda vede che il nostro motore che ci spinge è Dio. È Gesù a ricordarcelo: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri» (Gv 15,35). Ma come amare oggi? Come è possibile donare amore oggi, in questo nostro tempo in cui anche la nostra fede è messa fortemente in discussione? In questo tempo in cui la comunità cristiana fatica tenere salda la sua identità?

La risposta a questi interrogativi ci viene da Gesù. Nella notte del tradimento e del dolore, egli ci ha mostrato, con la sua stessa vita, la via attraverso la quale possiamo amare e ritrovare la nostra identità. «Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri» (Gv 15,35). Anche oggi possiamo amare come Gesù. È stato scritto:«Lo spe­cifico del cristiano non è amare (lo fanno molti, dovunque, sempre, e alcuni in un modo che dà luce al mondo) ma a­mare come Cristo. Con il suo modo unico di inizia­re dagli ultimi, di lasciare le novantanove pecore al sicuro, di arrivare fino ai nemici». Non si tratta quindi, di amare quanto Cristo ma come lui.

Amare come Cristo significa chinarci ai piedi dell’uomo di oggi per riabilitarlo ad entrare alla festa di nozze del Padre. Si, oggi più di qualche anno fa, sono molti gli ambiti in cui la Chiesa, ciascuno di noi può mettere in pratica l’amore imparato da Cristo. Tanti uomini oggi si aspettano di essere ri-sollevati nelle loro fatiche. E noi, pur soffrendo con loro, perché anche noi abitiamo e viviamo questo mondo, ma avendo la forza che ci viene da Dio, possiamo essere diaconi, uomini a servizio dell’amore di Dio, nella cultura e nel mondo del lavoro, nella politica, nell’educazione e nella promozione umana. Ciò non significa usare questi ambiti per portare il Vangelo ma piuttosto vivere il vangelo nell’ambito in cui siamo chiamati ad operare. Si, in ogni luogo e in ogni tempo possiamo mostrare il volto appassionato di Dio per l’umanità.

 Preghiamo il Signore, che donando tutto se stesso nell’Eucaristia ci da il modello di ogni vocazione cristiana, perché ci faccia crescere nell’amore reciproco e il mondo veda che «abbiamo conosciuto e creduto l’amore che Dio ha in noi» e credendo in Lui sia salvato.

Enrico

ENTRARONO A FAR FESTA

domenica, 21 marzo 2010

Entrare con i nostri figli nel cuore di Dio

Incontro con i Genitori dei bambini che si preparano al Sacramento della Riconciliazione

 

Mi è stato chiesto di aiutarvi ad entrare nel mistero del perdono, in preparazione al sacramento della penitenza che i vostri figli riceveranno, per la prima volta, nella settimana dopo Pasqua. Inizialmente, devo essere sincero, mi era stato chiesto di parlarvi del sacramento della penitenza ma ho scelto di fare una panoramica più ampia perché sono convinto che solo in un contesto compreso, o quanto meno conosciuto, di perdono e riconciliazione si possa gustare il dono della riconciliazione con Dio. In altre parole: solo chiedendoci cos’è il perdono possiamo capire l’importanza che assume per il credente il sacramento della riconciliazione. Proviamo ad inoltrarci in questo ambito a partire dal brano evangelico che abbiamo appena ascoltato. Penso che possa essere utile riprendere tra le mani questa parabola per rileggerla con uno sguardo adulto, maturo e poterla sentire viva ed efficace anche nel nostro oggi. Vogliamo lasciarci condurre nel mistero del perdono dalla Parola di Dio.

La parabola del Padre misericordioso è certamente una delle più conosciute insieme a quella della pecora smarrita e della moneta perduta. Tre parabole, queste, che costituiscono il capitolo quindici del Vangelo di Luca, il Vangelo della misericordia.

Solitamente quando si prende tra le mani la pagina evangelica odierna siamo portati ad identificarci con la figura del figlio minore, tanto che questa parabola, anche comunemente, è conosciuta come la parabola “del figliol prodigo”. Questa identificazione, se da una parte ci aiuta a rielaborare il nostro itinerario di fede nella luce del  “piccolo”, del fragile e del peccatore dall’altra ci impedisce di poter guardare a questa pagina di Luca in tutta la sua ampiezza. Tre sono i soggetti principali della parabola, tre modi di vivere differenti, tre modi di pensare diversificati.

Un uomo aveva due figli. Lo sguardo iniziale ci proietta sul soggetto della parabola, l’uomo. Quest’uomo, lo capiamo immediatamente è padre e, ancor meglio, padre di due figli. Due figli, lo capiremo più avanti, che esprimono due modi diversi di rapportarsi con lui, due stili completamente diversi che però, nell’ottica di Luca ci aiutano in maniera ancor più dinamica a mettere in luce il volto del Padre. Dei due giovani sappiamo solo che uno è più giovane dell’altro. Subito lo sguardo di Luca si posa sul più giovane. Del suo passato non conosciamo nulla. Il brano parte da una richiesta: «Padre, dammi la parte del patrimonio che mi spetta». Il Padre dimostra la sua giustizia fin da subito. Non solo da al minore la parte del patrimonio, ma la consegna anche al maggiore, dice infatti l’evangelista: divise tra loro le sostanze. Entrambi quindi ricevono la parte di eredità loro destinata alla morte del Padre. Va notato, però, che il padre è ancora vivo. Questo è il dramma che si consuma e che ci accomuna ai due figli della Parabola. Il figlio più giovane chiedendo la sua parte in qualche modo cancella la sua co-sanguineità, le sue radici. Con quella richiesta decide di staccarsi definitivamente dal padre, lo elimina dalla propria vita. Si stacca da lui. Pensiamoci figli minori. Mettiamoci nelle scarpe del figlio più piccolo: non ci comportiamo, forse, anche noi così nei confronti del Padre, di Dio? In altre parole il nostro atteggiamento potrebbe essere questo: “Padre dammi ciò di cui necessito per vivere la mia vita, dammi ciò che mi spetta per diritto, poi non ti disturbo più”. Senza accorgerci compiamo un gesto di netta divisione che agisce, in maniera magari non sempre evidente, su due fronti. Da una parte ci scopriamo autonomi, capaci di agire da soli; dall’altra “facciamo morire” il suo sangue che scorre in noi, perdiamo il desiderio filiale maturo di riconoscerci “figli di nostro Padre”. Ciò che compie il figlio minore è pienamente nel fenomeno adolescenziale. Nell’età dell’adolescenza, in qualche modo il ragazzo/a si vergogna di assomigliare ai genitori. Pensiamo alla nostra esperienza di figli. Non c’è cosa che possa far innervosire un adolescente quanto dirgli “Assomigli a tuo padre, assomigli a tua madre”. L’adolescente si vergogna del proprio sangue, perché cerca un’autonomia, cerca di staccarsi dai genitori per crearsi la propria autonomia. Questo processo tipicamente umano non si può bloccare e guai a farlo perché è solo in questo rifiuto “naturale” e “inconsapevole” che il ragazzo si forma e diventa uomo/donna maturo/a. Non mi stupisco allora che questo ateggiamento sia del figlio più giovane. Potremmo allora chiederci: Per quanto riguarda il nostro cammino di fede, dove siamo? Ci sentiamo adolescenti ribelli?

Una cosa mi preme ripetere. Quel figlio era incosciente, non aveva, cioè, la coscienza di quello che stava facendo, non sapeva che “da adolescenti” ci si dovesse comportare così. Ha ascoltato la propria umanità. Se anche ci scoprissimo adolescenti, staccati e autonomi da Dio non è un problema. L’adolescenza precede la maturità. L’importante è averne coscienza. L’incoscienza della nostra vita di battezzati, il costruirci una vita che lasci fuori Dio è un rischio per tutti. Il non riconoscerci più nel volto di Dio è drammatico. Ma attenzione perché l’eterna adolescenza spirituale porta alla morte, alla desolazione, al vuoto di se stessi! Tutti siamo ancora un po’ “adolescenti” nel nostro cammino di fede. Tutti cerchiamo “ciò che ci spetta”. Ma tutti possiamo, e in qualche modo, proprio perché figli, dobbiamo, crescere nella consapevolezza che nel nostro volto si riflette quello di Dio perché nel nostro sangue scorre quello del Creatore, di nostro Padre. Vedere il volto di Dio distorto, falsato, rimanere eterni adolescenti, senza prendere mai coscienza della nostra umanità, questo è sicuramente frutto del male. Il male ci fa agire da eterni adolescenti, ci porta a perderci in paesi lontani, a prostituirci e a lasciarciarci prostituire, a sperperare quel bene, quell’amore che il padre ci ha consegnato perché è giusto e ci ama.

Potremmo chiederci: perché, allora, Dio non ferma il nostro modo di agire? Perché ci lascia scappare di casa e ancor peggio ci lascia sprecare “la nostra parte di eredità” in questo modo? E ancora: Perché, se sa che noi possiamo sperperare l’amore, non ce ne da meno? Un’unica risposta potrebbe bastare a risolvere questi interrogativi: Dio è amore. Egli è padre amorevole, non è padrone della nostra libertà, ma ci lascia liberi a tal punto da correre il rischio di perderci in paesi lontani, di sapere che l’amore che abbiamo gustato da lui lo sprechiamo, lo svendiamo con le prostitute. Pensate se questo non è amore! Egli è Padre fino in fondo, non si arrende, si mostra carico di speranza. Egli è ancor di più madre. Si, aspetta il nostro ritorno da un momento all’altro. Me lo immagino sopra il tetto, con lo sguardo che spazia oltre la notte, oltre il buio della nostra solitudine per aspettarci. Pensate se questo non può essere un’aiuto nel nostro essere padri, madri. Dico nostro, perché anche a me è chiesto di essere padre-madre, o meglio di mostrare con la mia stessa vita il volto paterno-materno di Dio. Quanto siamo lontani, nei confronti dei nostri figli, da questo volto di Padre/madre? A che punto siamo nel nostro comprenderci genitori, nel nostro essere genitori? Quanto siamo disposti a perdonare ai nostri figli, al nostro coniuge? Perdonare, sia ben chiaro, non significa accondiscendere, significa donare amore, donare completamente e in qualche modo, ridare una possibilità di vita, di gioia, anche a noi stessi. Si, perché veramente il perdono è fonte di gioia, di libertà di verità. E questo, lo ripeto, non significa dire che tutto è lecito, ma agire con giustizia, distinguere il peccato dal peccatore. Riconoscersi Figli perdonati, ci aiuta a crescere nella nostra paternità perdonante, amante. In definitiva, è necessario che usciamo dalla nostra adolescenza spirituale e rivolgiamo il passo verso casa. Ci è chiesto di fare un passo verso la maturità.

Abbiamo fin qui detto che uno dei rischi del nostro itinerario di fede è quello di rimanere figli minori, eterni adolescenti nel nostro rapporto con Dio. Ma c’è un altro rischio che la parabola evangelica ci suggerisce: è il rischio di essere eternamente vecchi nella fede. L’itinerario di fede che ognuno di noi sta compiendo è, per così dire, naturalmente dinamico. Ogni itinerario di fede è un colloquio personale e particolareggiato tra Dio e l’uomo. Domande e risposte, dialogo fecondo, vivo tra Padre e figlio e tra figlio e Padre. Quante volte ci dimentichiamo di questo. Il rischio che corriamo è quello, anche tra i preti, di assomigliare al figlio maggiore. Ma per specchiarci in questo secondo personaggio ripartiamo dalla Parola di Dio.

Il figlio maggiore si trovava nei campi. Spesso il ritorno a casa di qualche nostro fratello adolescente (non dico minore perché vorrei sottolineare che prima di tutto è fratello) ci coglie al lavoro negli stessi campi che il Padre ci ha affidati. Nel campo della Chiesa, ma anche nel campo familiare, lavorativo, affettivo. Il luogo nel quale ci troviamo a lavorare è spesso quello dal quale possiamo scorgere un qualcosa di nuovo dentro la nostra casa comune, la chiesa. Mentre stiamo vivendo la nostra vita, anche di fede, nella più assoluta tranquillità, scopriamo che per qualche motivo la comunità cristiana è in festa. Perché ci chiediamo? Ma se ci passo ogni domenica e non mi sono mai accorto di nulla! Si, cari amici, anche se ci sembra di essere dentro la Comunità, che per il cristiano è la sua casa, spesso non ci lasciamo toccare da lei. Spesso viviamo come se non ci fosse. Ma appena vediamo la “troppa vitalità” che rischia di coinvolgermi me ne sto fuori, a vedere da lontano, per non esserne coinvolto fino in fondo. «Quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo».

La prima azione che compie il fratello maggiore, il lavoratore assiduo che non lascia subito il suo lavoro, ma con calma, fino all’ultimo istante, assiste da lontano, è di chiedere informazioni ad uno, che forse più di lui si era lasciato coinvolgere nella festa. Cosa sta succedendo?

“Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Il Figlio maggiore si indigna del perdono concesso dal Padre al figlio più giovane. Nel suo indignarsi mette in luce ciò che invece è stato lui: uomo capace di fedeltà, di obbedienza alle regole. Vanta una fedeltà – «da tanti anni ti servo» –, mette davanti al padre la sua giustizia: «Non ho mai trasgredito un tuo comando». Ha vissuto fino allora come un mercenario puntuale, si è impegnato verso il padre come un salariato, ed è il padre che manca verso di lui: non gli ha mai dato un capretto per lui e i suoi amici e ora dà il vitello grasso per il fratello indegno di quel nome! C’è risentimento, c’è protesta, c’è un’accusa precisa verso il padre in questo rifiuto[1].

Quante volte risuona, questo modo di pensare nella Comunità Cristiana, quante volte sentiamo dire: Quello là è così… e il parroco gli ha concesso colà? Quello mira solo al suo interesse e il parroco gli ha chiesto di collaborare con lui nella gestione economica della Parrocchia! Quell’altro distribuisce la comunione in chiesa e poi fuori sparla di tutti! Quell’altro ancora dovrebbe essere sempre presente ma poi non viene mai agli incontri e, peggio ancora, viene solo quando gli interessa? Io invece…

Ma non solo in parrocchia! Pensiamo ai nostri rapporti familiari, con i nostri parenti, anche i più stretti. La mamma sta male ma mi muovo solo io, mio fratello pensa solo alla sua famiglia! Io che lavoro, devo portare anche il bambino a scuola mentre mio marito, disoccupato, non si alza mai in orario e ancor peggio non prepara mai il pranzo per noi!

Pensate quanto le nostre comunità, quanto ciascuno di noi, può portare in se stesso la logica del figlio maggiore. Quanta indignazione inutile! Inutile perché basata sul continuo rimpianto, sulla vita svuotata di speranza, di vita. Quanto ricriminare quello che crediamo di essere e quello che non ci è stato concesso!

Se il figlio più giovane era un eterno adolescente, questo, possiamo dirlo con certezza, era un vecchio. Si, non un anziano, ma un vecchio! Il figlio maggiore è un eternamente vecchio. Incapace cioè, a differenza dell’anziano, di gustare il sapore della speranza, il sapore della festa, della gioia che va oltre le incoerenze diffuse, che toccano anche il nostro modo di pensare.

Tutto questo, si può leggere anche in un ottica di fede. Anche noi corriamo il rischio di diventare vecchi, di svuotarci di speranza, di abbandonarci al “così si è sempre fatto”. Questo appiattimento, al pari dell’eterna adolescenza, porta alla morte spirituale. Il Figlio maggiore, pur vivendo nella stessa casa con il Padre, non l’ha mai abitata veramente. Al pari del figlio minore, che a differenza di lui ha chiesto ciò che gli serviva, del padre, a lui non interessava nulla. Tutti e due i figli non vivevano nella relazione paterna, non conoscevano l’amore del padre. E il padre allora dice: «Figlio, figlio amato, quello che è mio è tuo!». Téknon, mio caro figlio, mio caro ragazzo, «ciò che è mio, è tuo», tra noi c’è comunione, tu sei sempre con me, tra noi c’è vita comune, compagnia. Avrebbe potuto dirgli: «Tu dici di non aver mai trasgredito uno dei miei comandi, ma ora che ti invitano a entrare tu ti fai disobbediente». E invece, anche questa volta, non rimprovera ma prega, chiede soprattutto di accogliere la resurrezione di suo fratello. «Tuo fratello è risorto! Occorre far festa!»[2].

La festa è dunque ciò che accomuna i due fratelli. Il Padre desidera far festa. Ecco il desiderio grande di Dio che i suoi figli, tutti entrino nella sua casa, alla sua festa. L’entrare a questa festa è dono di Dio che si rivolge a ciascuno di noi. Dio ci invita a far festa con lui, ci dice che solo in lui ritroviamo la nostra dignità perfetta. Ritorniamo ad essere uomini veri nella luce della sua grazia. In lui l’eterno adolescente e l’eterno vecchio possono diventare eternamente giovani. Perché è il suo amore, il suo abbraccio, il suo sguardo commosso che ci possono ridestare a nuova vita. Egli non solo dimentica il nostro passato ma si scorda anche del nostro avvenire. Diceva un santo parroco, il curato D’Ars: «Il Buon Dio sa tutto. Prima ancora che voi vi confessiate, sa già che peccherete ancora e tuttavia vi perdona. Come è grande l’Amore del nostro Dio, che si spinge fino a dimenticare volontariamente l’avvenire, pur di perdonarci»[3].

Possiamo leggere in quest’ottica anche il sacramento della riconciliazione che i vostri figli riceveranno fra venti giorni. Il sacramento della penitenza ci vuole aiutare a chiederci: a che punto sono del mio itinerario di fede? Non importa se ci accorgeremo di essere ancora bambini! L’importante è riconoscersi figli bisognosi di amore: ecco la confessione dei peccati. Confessarsi è mettersi davanti a Dio con il cuore appesantito, ma cosciente delle proprie pesantezze e confessargli ancora una volta che lui è Padre e noi lo riconosciamo vivo, presente. Ancora è necessario confessargli che siamo deboli e che necessitiamo della sua grazia.

Dicendo i nostri peccati al sacerdote, chè presta le sue mani, la sua voce e il suo cuore al Padre chiediamo a Dio di renderci capaci di amare come lui. Il sacerdote, nell’ascoltare le nostre fragilità, nell’assolverci in nome di Dio, ci mostra che «Dio è quel padre affettuoso, che accoglie il figliol prodigo, si china su di lui, è sensibile al suo pentimento, lo abbraccia, lo riveste di nuovo con gli ornamenti della sua paterna gloria e non gli rimprovera nulla di quanto ha commesso[4]». Il sacerdote è il segno attraverso il quale, il fedele possa trovare misericordia, consiglio e conforto, sentirsi amato e compreso da Dio e sperimentare la presenza della Misericordia Divina[5].

Certo, anche il sacerdote è peccatore, per questo anch’egli ricorre al sacramento della Riconciliazione. Anche per qualcuno di voi, sicuramente, ci sarà stata una esperienza negativa di confessione. Ma questo ci deve aiutare a capire che la confessione non è cosa tra due uomini, ma tra uomo e Dio di cui il prete è ministro. Ecco perché la Chiesa, può sembrare cosa antica, ma è stata ribadita anche in documenti recenti, obbliga alla presenza della della grata nei confessionali. Tu confessi il peccato a Dio e lui, attraverso la Chiesa, a cui Gesù stesso ha dato il potere di rimettere i peccati, per la forza dello Spirito ti libera, ti dona la vita nuova. Compito del sacerdote è allora quello di favorire quell’esperienza di “dialogo di salvezza”, che, nascendo dalla certezza di essere amati da Dio, aiuta l’uomo a riconoscere il proprio peccato e a introdursi, progressivamente, in quella stabile dinamica di conversione del cuore, che porta alla radicale rinuncia al male e ad una vita secondo Dio (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1431)[6].

Ritornando alla pagina evangelica scopriamo che è senza conclusione.

Restano aperti interrogativi fondamentali per noi che leggiamo la parabola. È entrato il fratello a fare festa? E il padre, è entrato lasciando il figlio maggiore fuori, oppure è ancora là che lo prega affinché la festa sia completa? Questa parabola ci aiuta davvero a chiederci: tu che chiami Dio Padre, quale immagine di Dio hai? L’immagine di un padre padrone? Di un padre giusto, dotato di giustizia retributiva? O di un padre che ama senza porre condizioni? Un padre che perdona sempre? Gesù così ci interpella! A ciascuno di noi la risposta nel nostro cuore: una risposta che possiamo dare solo nel pentimento, tornando a Dio, nel segreto del cuore. In attesa di vedere Dio faccia a faccia, come esclamava sant’Ignazio di Antiochia avvicinandosi al martirio: «Una voce mi dice come acqua zampillante: Vieni al Padre!»[7].

Ecco l’impegno che possiamo prenderci per aiutare i nostri figli ad entrare nel cuore di Dio, per avvicinarsi al suo perdono: entrare con loro alla festa. Scoprirci nuovamente amati, anche se sono anni che siamo scappati dalla sua casa o anche se sono anni che abitiamo con lui, senza vivere con lui. Ci impegnamo ad imparare a vivere con Dio per essere eternamente giovani!

Enrico Turcato

 


[1] E. Bianchi, Ma l’altro figliol fu «prodigo»?, Avvenire, 12 marzo 2010

[2] E. Bianchi, Ma l’altro figliol fu «prodigo»?, Avvenire, 12 marzo 2010

[3] S. Giovanni M. Vienney, in A. Monnin, Il Curato d’Ars. Vita di Gian-Battista-Maria Vianney, vol. I, Torino 1870, p. 130.

[4] S. Massimo Confessore, abate, Lettere, 11; PG 91, 454-455

[5] Benedetto XVI, Udienza ai partecipanti al Corso sul Foro Interno promosso dalla Penitenzieria Apostolica, 11 marzo 2010

[6] Ibid.

[7] E. Bianchi, Ma l’altro figliol fu «prodigo»?, Avvenire, 12 marzo 2010

LA PAZIENZA HA UN LIMITE! MA ANCHE NO!

giovedì, 4 marzo 2010
Paziente e misericordioso è il Signore (sal 144)

Paziente e misericordioso è il Signore (sal 144)

Due fatti di cronaca vengono raccontati a Gesù con una vena di malizia. Due fatti drammatici che gli interlocutori di Gesù leggono come conseguenze del peccato di quelli che sono caduti vittime di quei due fatti di sangue.

Gesù mette in luce chiaramente che ciò che accade non è frutto immediato del peccato, che il male non è risposta di Dio al peccato commesso dall’uomo, punizione del Padre contro il male dei figli e li invita a depurare il loro modo di pensare e di agire. Che il peccato sia frutto del male e che il male produca altro male è evidente, ne abbiamo prova continua ogni giorno, ma Gesù ci mette in guardia da confondere le disgrazie che succedono e il male che ci accade con la volontà di Dio. Spesso anche il nostro comune modo di pensare da credenti riferisce a Dio ogni cosa e davanti al male che può accadere nelle nostre famiglie o nelle nostre comunità siamo portati a dire: “Vorrà dire che così ha voluto Dio!” o ancor peggio “Dio ha voluto così”. Gesù ci mette in allerta, ci dice che il compito dell’uomo è ritornare a guardare Dio negli occhi, a riprendere in mano il nostro rapporto con Dio. Ecco il senso della conversione a cui ci richiama oggi il Signore: «Se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo». Convertirsi è volgere lo sguardo a Dio, mettersi in ascolto della sua parola, vivere anche le nostre piccole o grandi sofferenze con il cuore rivolto a colui che ci da la vita e che non punisce secondo i nostri criteri o il nostro modo di pensare.

Gesù ci mostra il vero volto di Dio. Egli stesso dirà ai suoi discepoli:«Da tanto tempo sono con voi, e tu non mi hai conosciuto…? Chi ha visto me, ha visto il Padre»(Gv 14,8). La sua stessa vita è espressione del darsi di Dio all’umanità in forma totale, piena e definitiva. Tutto ciò che il Padre ha voluto comunicarci di se stesso lo ha reso visibile nella vita stessa del Figlio. La parabola che leggiamo oggi nel Vangelo possiamo collocarla in questa prospettiva. Il Padrone possiede una pianta di fico e dopo tre anni senza frutti decide di sradicarla, di tagliarla. «Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Tàglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?». L’albero che non da frutti, per giustizia va tolto perchè sfrutta il terreno inutilmente. Per gli interlocutori di Gesù, che conoscevano le Scritture, l’immagine è chiara, per noi, il significato sotteso alla parabola, è sicuramente meno evidente. Il fico biblicamente è un albero importante che dice prosperità, vita. Ma quell’albero rappresenta anche Israele. Israele è sterile, non da più frutti, il suo modo di vivere ha bisogno di conversione di rinnovamento. Fiducioso in questo rinnovamento, l’agricoltore chiede al padrone ancora del tempo e si prende l’impegno di zapparlo, di smuovere la terra e di concimarlo per un altro anno. Si, Gesù, davanti alla sterilità del suo popolo, chiede tempo, chiede al Padre di pazientare. Egli stesso, nonostante i tre anni di ministero pubblico, darà ancora una volta del suo tempo per smuovere le coscienze, per spaccare la terra arida attorno alle radici e per annaffiarla con il concime della sua stessa vita. L’immagine della parabola è valida anche per noi oggi. Davanti alla nostra aridità Gesù continua a zappare le nostre zolle, a bagnare e a fertilizzare il nostro modo di vivere, spesso sterile e senza frutti. A noi è chiesto di lasciare da parte le mormorazioni, di ri-volgere il nostro cuore a Dio perchè lo trasformi, tolga il nostro cuore di pietra e ci doni un cuore nuovo capace di amore (cfr Ez 36,26).

Nei nostri confronti Dio dimostra una illimitata pazienza che può essere frutto soltanto dell’amore. Se fra di noi, ed è comune sentirlo dire, “anche la pazienza ha un limite” per Dio non è così. Lo ha dimostrato nel deserto; nonostante le mormorazioni di Israele egli si mostra Padre capace di aprire le acque del Mar Rosso, di sfamare le necessità fisiche del suo popolo. Lo fa ancora con noi oggi. Dio è infinitamente paziente e «questa virtù - in forza del Battesimo- l’abbiamo in comune con Dio.(…)L’origine e la grandezza della pazienza derivano da Dio che ne è l’autore» (Cipriano di Cartagine, De bono patientiae, 3-4). Dio non si stanca di aspettarci e continuamente desidera l’unione con noi. Egli, che è l’amore, desidera ardentemente il nostro bene, l’abbondanza dei nostri frutti. Desidera la felicità dei suoi figli, di noi, a tal punto da lasciare che suo figlio subisca i tormenti della morte. Questa può sembrare pazzia. Ma questo è ciò che produce l’amore!

Chiediamo al Signore di imparare a lasciarci amare da lui, di abbandonare i sandali delle nostre invulnerabilità, di sederci davanti a lui per scoprirci piante feconde capaci di dare frutti. Preghiamo perchè possiamo riscoprire la necessità di convertirci, di volgere, cioè, il nostro sguardo a Dio e ai fratelli. Nella Chiesa, nella comunità, ci è dato, più che in ogni altro luogo, di fare esperienza di Dio, del Dio di Gesù Cristo. L’Eucaristia domenicale, l’appuntamento settimanale con lui, ci dice che siamo suo popolo, e come popolo abbiamo bisogno di stare con lui per crescere nell’attenzione a cui ci ha richiamato l’apostolo Paolo: «Chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere». Solo in Dio il nostro piede non vacillerà mai. Egli solo libera la nostra vita poichè egli solo «è paziente e misericordioso» (Sal 144), egli solo è Amore.

Enrico

Ecco una canzone che ci può aiutare a meditare…

Pazienza – Gianna Nannini

E un classico per sorridere…

Paperino e la pazienza

TRASFIGURATI DAL BELLO

venerdì, 26 febbraio 2010
Cari amici, questa settimana vorrei lasciar parlare il silenzio e in particolare vorrei lasciar parlare l’arte. Penso sia il modo migliore per porci davanti al meraviglioso episodio narrato nel vangelo di Luca e per aprire il nostro cuore alla trasparenza di Dio. L’arte, come ho già avuto modo di scrivere, più di qualsiasi altra cosa può aiutare l’uomo, in particolare il credente, ad aprirsi a Dio. L’arte sacra, se autentica,  è espressione di un’anima che davanti al mistero dell’incarnazione si è lasciata trasfigurare e, in qualche modo, ci aiuta a fare pasqua, a scoprire che dietro ad ogni croce c’è un orizzonte di speranza che si allarga, il profumo di Cristo che si espande.
Per accompagnare le quattro opere d’arte ho scelto due commenti: il primo di Fr. Aloise di Taizè  e il secondo della Comunità di Bose. Entrambi i testi sono raggiungibili cliccando sui links posti sotto le tre opere d’arte.
Beato Angelico, La Trasfigurazione (affresco), Firenze- Conv. S. Marco 1441-43

Beato Angelico, La Trasfigurazione (affresco), Firenze- Conv. S. Marco 1441-43

Cornelis MONSMA, 2006

Cornelis MONSMA, 2006

 
Macha CHMAKOFF, Trasfigurazione

Macha CHMAKOFF, Trasfigurazione

Duccio di Buoninsegna, La Trasfigurazione (1308-11), Londra-National Gallery

Duccio di Buoninsegna, La Trasfigurazione (1308-11), Londra-National Gallery

DESERTO E TENTAZIONE

sabato, 20 febbraio 2010

Deserto.

Il deserto è il primo luogo di cui siamo invitati a fare esperienza o meglio di cui siamo invitati ad avere coscienza in questo itinerario quaresimale. Il deserto possiamo leggerlo come luogo di estraneità dal mondo, intendendo ciò non tanto come starsene fuori dal mondo, quanto piuttosto nel suo vero significato etimologico, cioè senza alcuna dipendenza dal mondo (dal latino extràneus). Il cristiano infatti, è colui che abita il mondo da pellegrino, responsabile di ogni sua azione nel mondo ma orientato ad una meta più alta, ad uno spazio che supera il mondo.  Il deserto è quindi già presente in noi dal momento del nostro Battesimo… siamo nel deserto.

Luca ci racconta che dopo il Battesimo al Giordano, Gesù è condotto dallo Spirito nel deserto. Quaranta giorni di solitudine, di preghiera, di respiro nuovo e, proprio per questo, di tentazioni. L’amore di Dio lo guida in questo luogo all’inizio del suo ministero di Messia per dire, in qualche modo, il senso della sua venuta nel mondo. Egli si è incarnato perché l’amore di Dio fosse conosciuto e condiviso da ogni uomo: «è disceso nei pericoli che minacciano l’uomo, poichè solo così l’uomo caduto può essere risollevato»[1] In altre parole potremmo dire che «Gesù deve entrare nel dramma dell’esistenza umana, attraversarlo fino in fondo, per ritrovare così la “pecorella smarrita”, caricarsela sulle spalle e ricondurla a casa»[2] .

Proprio per conoscere fino in fondo l’umanità, per ricondurla alla sua bellezza lo Spirito permette che Gesù sia tentato, come qualsiasi uomo.

Tentazione.

Cos’è la tentazione? Dio essenzialmente è bene. Satana è essenzialmente male, perché ribelle all’amore di Dio. Geloso di non essere come Dio, il male agisce distorcendo il bene, distorcendo e falsificando il bene che Dio ci comunica. È così nel Vangelo odierno ed è così per ciascuno di noi.

Gesù è tentato nell’essenziale, nei suoi bisogni umani. Nel pane, nel cibo, nel suo essere uomo e nel suo essere Figlio. Tentato con la sfida. Ecco l’agire scaltro del male. Egli conosce i nostri bisogni e li orienta a suo vantaggio: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane… Se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me, tutto sarà tuo… Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù di qui».  

Gesù è il Figlio di Dio e il male riconosce questo. Potremmo dire che nessuno più del male conosce chi è il bene, quali sono i suoi effetti. Egli è infatti ribellione al bene e chiede che quest’ultimo si mostri con segni straordinari e anche biblici. Sa che Dio sfama il suo popolo nella necessità, riconosce che è onnipotente e ancor di più sa che davanti a Dio l’uomo è libero di scegliere. Certo l’uomo per sua natura è orientato al bene e libero perché creato a immagine e somiglianza di Dio. Il male agisce su questa libertà, storpiando ciò che Dio propone all’uomo per il suo bene. Agisce nella coscienza, nell’intimità del cuore impiantando il seme del dubbio così che l’uomo inizi a pensare: non è che Dio mi stia imbrogliando? Non è che mi stia nascondendo qualcosa?

Ecco cos’è la tentazione: ciò che mi fa dimenticare quello che Dio ha compiuto per me, gratuitamente. In definitiva, mi fa dimenticare che Dio mi è Padre. Tutta la storia di Israele, la stessa Bibbia, è un continuo ricordo di ciò che Dio ha compiuto e continua a compiere per il suo popolo (Due volte al giorno gli ebrei pregano lo Shemà – Ascolta, il testo della Legge che ricorda di dare a Dio il primo posto in ogni azione).

Fuggire la tentazione, allora, non è cosa da eroi ma da uomini liberi. Fuggire la tentazione non è liberarsi dei desideri e delle proprie contraddizioni quanto piuttosto avvertire di essere liberi, davanti al male, di scegliere il vero bene, la felicità.

Ma per Gesù, potremmo dire, era più semplice che per noi uomini. La Parola di Dio ci aiuta a capire che le difficoltà non mancarono nemmeno per Gesù ma egli scoprì il segreto della rinuncia al male nel suo legame profondo con Dio. Egli stesso nel Vangelo ci ricorda che il vero segreto della felicità sta nel seguire la volontà del Padre, di ascoltarne la voce, di ricordarne le meraviglie compiute.

Egli stesso per fuggire le tentazioni si appella alla memoria della Scrittura: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo”… Sta scritto: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”… È stato detto: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”». Così facendo egli mette al primo posto Dio, e fa arretrare il male, che tuttavia cerca di usare anche le sue stesse armi. Tutta la vita di Gesù, così come quella dei suoi discepoli fino ad oggi, è una lotta contro il male. Egli è consapevole che il vero nutrimento della sua vita è «fare la volontà del Padre» (Cfr Gv 4,34). Questa volontà non sarà sempre facile, forse talvolta anche dura e insopportabile. Sulla croce, sarà suo il grido: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato» (Cfr Mc 15,34 e Mt 27,46), ma egli ci dimostra tuttavia che davanti al dolore, alla morte ancora si può gridare: «Padre, nelle tue mani consegno il mio Spirito»(Lc 23,46 e Sal 31,6) che, in forma meno letterale, potremmo tradurre: «Padre ti ri-consegno il respiro, l’amore che tu mi hai donato, nel dono della mia stessa vita».

Dall’alto della croce, là dove veramente si capisce qual è il sogno di Dio per l’umanità, Gesù chiude la scena che meditiamo oggi nel vangelo; Dio non ha imbrogliato il mondo, ma ha dato tutto se stesso per noi a tal punto che, risuscitando Gesù dai morti, ha schiacciato per sempre la morte e ci ha destinati all’incontro definitivo con lui.  

Ora anche noi, come Gesù, siamo chiamati a rivedere il nostro rapporto con Dio. Rimanendo attaccati al Signore, ricordando attraverso la meditazione della Scrittura ciò che ogni giorno compie per noi e accostandoci ai sacramenti potremmo toccare con mano la nostra libertà. Scegliere il bene è la via che ci introduce in Dio, anche quando il male cerca di deturparne la bellezza.

 


[1] J. Ratzinger, Gesù di Nazaret, Rizzoli, Milano 2007, p.48

[2] Ibid.

QUARESIMA 2010

sabato, 20 febbraio 2010

Siamo entrati in Quaresima. Forse non ce ne siamo accorti, forse facciamo ancora fatica a comprenderne il vero significato. Quaresima magari, ci dice cupezza, tristezza, obblighi morali così come il vocabolario colloquiale ci ha pazientemente insegnato. Quaresima sembra contrapporsi alle maschere di carnevale, quasi fosse nata per calmare gli animi festaioli dei cristiani. Così pensando, si riduce la Quaresima a calmante, a segnale di stop posto ad un incrocio pericoloso, là dove la strada dei cristiani si incrocia con quella del mondo. Pura follia!

La Quaresima, nata nei primi secoli dopo Cristo, quindi ben prima del carnevale come lo intendiamo noi oggi,  era il percorso che tutti i catecumeni dovevano affrontare prima di ricevere il Battesimo nella notte di Pasqua. Quaranta giorni per unirsi strettamente a Gesù, per riconoscerlo vivo e presente dentro la loro storia a tal punto da chiedere alla Chiesa di diventare cristiano, alter christus, figlio di Dio capace di chiamare Dio con il suo vero nome: papà, babbo.

Anche la Comunità cristiana era invitata ad accompagnare il cammino dei catecumeni, entrando anch’essa in questo itinerario per riscoprire la bellezza del proprio Battesimo, di appartenere a Dio, fonte di ogni libertà.

La Quaresima, si rivela allora come un tempo propizio per riscoprire la nostra dimensione di figli di Dio. E come in ogni famiglia l’incontro tra il padre e il figlio è sempre fonte di speranza, di riconciliazione, di amore, così anche nella dimensione della fede siamo chiamati ad aprire il nostro cuore a Dio, a porci con gratitudine davanti a lui; da questa gratitudine sgorgherà poi naturalmente la sua misericordia, tutto il suo affetto per noi, che ci porterà a “fare pasqua”, a risorgere nuovamente con Gesù.

La liturgia della Parola di queste domeniche ci chiede di entrare in questo itinerario verso la Pasqua, con coraggio, sull’esempio di Gesù stesso, volendo imitarlo e desiderando crescere con lui.

BUONA QUARESIMA!

COLMARE di ACQUA le GIARE

sabato, 16 gennaio 2010
Gesù ci chiede di riempirle con l’acqua delle nostre speranze svanite, delle nostre lacrime e dei nostri rimorsi. Ci chiede di colmarle dell’acqua della nostra umanità. Sarà lui a colmarle di vino, il vino dell’amore che ci fa pregustare la festa di nozze finale.
Gesù ci chiede di riempire le giare con l’acqua delle nostre speranze svanite, delle nostre lacrime e dei nostri rimorsi. Ci chiede di colmarle dell’acqua della nostra umanità. Sarà lui a colmarle di vino, il vino dell’amore che ci fa pregustare la festa di nozze finale.

Ritorniamo al nostro itinerario ordinario, dopo le grandi feste natalizie. Già domenica scorsa la festa del Battesimo del Signore aveva in qualche modo chiuso gli eventi natalizi e ci aveva introdotto dentro il tempo ordinario, il tempo della quotidiana, ma mai banale, sequela di Gesù.

Il Vangelo di questa domenica, però, ci spiazza.  La liturgia fa ancora un ulteriore passo per farci avvicinare a Gesù, per farci capire e gustare la sua presenza come figlio di Dio.

Un’antica antifona, che ancor’oggi precede il canto del Magnificat nei Vespri dell’Epifania dice: «Tre prodigi celebriamo in questo giorno santo: oggi la stella ha guidato i magi al presepio, oggi l’acqua è cambiata in vino alle nozze, oggi Cristo è battezzato da Giovanni nel Giordano per la nostra salvezza».

Tre prodigi, dunque, tre segni da celebrare, e quindi da contemplare e vivere.

 

Con l’arrivo dei Magi a Betlemme, Dio ci ha mostrato la sua universalità, ci ha introdotti dentro un popolo nuovo, universale, multietnico e multi culturale, che supera i confini di Israele. Come la stella guidò i magi a Betlemme, così ogni uomo è chiamato da Cristo stesso alla salvezza, a riconoscere la bontà di Dio e il suo amore. L’episodio dei Magi ci dice che Dio si è mostrato inerme, piccolo e indifeso perché ogni uomo potesse riconoscersi in lui. Nell’umanità di Gesù, l’umanità, non solo la Chiesa, può cogliere il seme della propria dignità umana. Tale dignità, ci diceva ancora quell’episodio, va salvata dagli attacchi meschini e ingannatori di chi commercia e sfrutta la vita umana.

 

Domenica scorsa, nel Battesimo di Gesù al Giordano, abbiamo alzato lo sguardo da Gesù ai cieli aperti, per ascoltare le parole del Padre: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento».

Dio rivela Gesù come suo Figlio. E se a Betlemme avevamo contemplato l’umanità di Cristo qui ne contempliamo la divinità, il suo essere Figlio del Padre.

Una dichiarazione d’amore in piena regola; la conferma da parte del Padre che la missione del Figlio è frutto del loro amore, è frutto della passione di Dio per l’umanità. Scendendo nelle acque del Giordano, Gesù svela il senso profondo di questa passione del Padre: «Non sono venuto a chiamare i giusti ma i peccatori» (Mc 2,17). E da lì parte il ministero pubblico di Gesù, in mezzo ai poveri, ai deboli, in mezzo a noi.

 

Ed eccoci alla terza scena di questo trittico. Gesù è a Cana di Galilea ad una festa di nozze. Una festa di nozze anomala dove di tutto si parla, tranne che degli sposi. Giovanni fa una panoramica a volo d’uccello sulla festa per poi fare una zoomata su 4 particolari. La Madre, Gesù, i servi e il maestro di tavola. Tutto ruota attorno a questi quattro particolari e spesso gli artisti rappresentando questo episodio puntano i fuochi della raffigurazione su questi quattro personaggi. Pensiamo a Giotto, a Duccio di Buoninsegna o ancora a Veronese, al Tintoretto solo per fare qualche esempio.

L’arte, talvolta più delle parole, proprio perché espressione di una parola meditata, sognata, incarnata, ci comunica il senso profondo di un messaggio e lo rende universale. Ecco perché Parola di Dio e Arte sono un binomio inseparabile, espressione della bellezza e della verità. Arte, quella che ricerca il bello, e Scrittura,  infatti, non sono temporali ma aprono il cuore all’oltre, all’accoglienza di un messaggio che, pur essendo scritto nel passato è eternamente presente all’uomo di oggi.

 

Ebbene Cana, nonostante spesso sia limitatamente associata alla festa delle nozze cristiane, ha un messaggio più alto da comunicarci. Le nozze di Cana sono l’immagine più bella della Chiesa celeste, della meta ultima del nostro pellegrinaggio.

Il Banchetto di nozze, la comunione piena e definitiva con Dio, a cui siamo chiamati fin dalla creazione, è la meta al termine di un viaggio, durante il quale siamo invitati da Maria, e ancor prima da Dio stesso, ad ascoltare qualsiasi cosa Gesù dica al nostro cuore, e a viverla, mettendola in pratica nella concretezza dei nostri giorni. Cana è l’immagine della gioia finale a cui siamo chiamati, e di cui, in forza della speranza che palpita nei nostri cuori,  siamo chiamati a nutrirci continuamente nell’oggi della storia.

 

Cana, non è immagine di una vita sdolcinata, così come la vita del cristiano non è esente da fatiche e dolori, ma è piuttosto immagine del sollievo della fede, della prontezza dei servi che, su consiglio di Maria, si fidano di Gesù e si mettono con fiducia nelle sue mani. Maria, è l’immagine della Chiesa, di tutti noi. Ha fede, si fida di Dio e sa che qualsiasi cosa egli dica, la compie. Da figlia di Israele, conosce l’amore che Dio nutre per il suo popolo e conosce il canto del profeta Isaia che la liturgia ci invita ad ascoltare oggi: «Nessuno ti chiamerà più Abbandonata, né la tua terra sarà più detta Devastata, ma sarai chiamata Mia Gioia e la tua terra Sposata, perché il Signore troverà in te la sua delizia e la tua terra avrà uno sposo. Sì, come un giovane sposa una vergine, così ti sposeranno i tuoi figli; come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà per te» (Is, 62,4-5).

Si, la fede ci dice che Dio non abbandonerà il suo popolo nelle tenebre della devastazione, ma lo solleverà.

Certo, di fronte alle sciagure di questi giorni può sembrare difficile leggere le pagine bibliche di oggi.

Come parlare di gioia, di consolazione, di compassione di Dio per il suo popolo quando un avento naturale ha spento la vita di centinaia di migliaia di uomini e donne e migliia sono ancora dispersi, senza nome sotto le macerie?

Ma la fede, che non è visione illusa della vita, ci consola, nella speranza che «Cristo ha vinto la morte e ci ha resi partecipi della sua vita immortale» (Liturgia). Si la nostra umanità, ci dice che anche a noi oggi può mancare il vino della festa, che le giare sono vuote, ma la fede ci dice che Dio già le vede colme in abbondanza del vino della consolazione. Ci chiede di riempirle con l’acqua delle nostre speranze svanite, delle nostre lacrime e dei nostri rimorsi. Ci chiede di colmarle dell’acqua della nostra umanità. Sarà lui a colmarle di vino, il vino dell’amore che ci fa pregustare la festa di nozze finale.

A noi il compito di ascoltare la sua consolante parola, di aiutare Gesù perché la festa possa continuare, seguendo il consiglio di Maria: “Qualsiasi cosa vi dica, fatela!”.

A noi il compito di dimostrare la nostra fraternità cristiana a quelle comunità colpite dal sisma con la preghiera amorevole e commossa e con la solidarietà concreta e generosa.

I servi, hanno dato senza timore, nella fiducia. La ricompensa di quei servi è stata l’abbondanza del vino, per noi sarà la gioia di sentirci dire dal Padre: “Vieni servo buono e fedele, entra nella gioia del tuo Signore” (Mt 25,21).

PER UN 2010 CARICO DI STUPORE!

giovedì, 31 dicembre 2009

“Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori”.

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Otto giorni di stupore hanno accompagnato la nascita di Gesù a Betlemme; dal giorno di Natale fino ad oggi infatti quotidianamente il Vangelo ci ha parlato, in qualche modo, dello stupore legato alla gioia della nascita del Salvatore. “Vi annuncio una grande gioia – aveva detto l’angelo sopra Betlemme – oggi è nato il Salvatore”.

E la liturgia per una intera settimana, come fosse un unico giorno, ha meditato la gioia del Natale.

L’ottava di Natale si chiude con la festa di Maria, nel suo più alto titolo, Madre di Dio. Ancora una volta il nostro sguardo rimane fisso sul presepe. Lì attorno a quel Bambino che sprigiona gioia e luce per il cuore. Guardiamo a Maria, chinata sul Figlio, con lo sguardo colmo di intima gioia nel cogliere quanto veramente Dio abbia compiuto per mezzo di lei. Il suo si, il si giovane ma deciso di Maria ha portato nel mondo la gioia, la serena speranza che Dio si è fatto vicino all’uomo e si è reso visibile nella carne fragile di un bambino.

Il volto di Gesù è quello nel quale ogni uomo può ritrovare il suo. Guardando il Bambino possiamo veramente cogliere i tratti della nostra umanità piena e definitiva, in quanto porta in se anche il volto di Dio.

Solo contemplando il volto del Bambino, che si mostra a noi in quello del povero e del sofferente, del senza casa e del senza lavoro, ogni uomo può trovare gioia, la gioia vera che viene da Dio, che porta vera libertà.

Maria ha fatto questo, si è specchiata nel volto di Dio, e ha meditato nel silenzio del cuore, ciò che Dio operava in chi veniva a visitare il suo bambino.

È l’augurio che possiamo scambiarci all’inizio di questo nuovo anno, imparare a contemplare nel volto di ogni uomo le meraviglie che Dio opera in esso.

Risuonino, e diventino augurio vicendevole, le parole del libro dei Numeri:

“Ti benedica il Signore
e ti custodisca.
Il Signore faccia risplendere per te il suo volto
e ti faccia grazia.
Il Signore rivolga a te il suo volto
e ti conceda pace”.

Buon 2010!

Enrico