Entrare con i nostri figli nel cuore di Dio
Incontro con i Genitori dei bambini che si preparano al Sacramento della Riconciliazione
Mi è stato chiesto di aiutarvi ad entrare nel mistero del perdono, in preparazione al sacramento della penitenza che i vostri figli riceveranno, per la prima volta, nella settimana dopo Pasqua. Inizialmente, devo essere sincero, mi era stato chiesto di parlarvi del sacramento della penitenza ma ho scelto di fare una panoramica più ampia perché sono convinto che solo in un contesto compreso, o quanto meno conosciuto, di perdono e riconciliazione si possa gustare il dono della riconciliazione con Dio. In altre parole: solo chiedendoci cos’è il perdono possiamo capire l’importanza che assume per il credente il sacramento della riconciliazione. Proviamo ad inoltrarci in questo ambito a partire dal brano evangelico che abbiamo appena ascoltato. Penso che possa essere utile riprendere tra le mani questa parabola per rileggerla con uno sguardo adulto, maturo e poterla sentire viva ed efficace anche nel nostro oggi. Vogliamo lasciarci condurre nel mistero del perdono dalla Parola di Dio.
La parabola del Padre misericordioso è certamente una delle più conosciute insieme a quella della pecora smarrita e della moneta perduta. Tre parabole, queste, che costituiscono il capitolo quindici del Vangelo di Luca, il Vangelo della misericordia.
Solitamente quando si prende tra le mani la pagina evangelica odierna siamo portati ad identificarci con la figura del figlio minore, tanto che questa parabola, anche comunemente, è conosciuta come la parabola “del figliol prodigo”. Questa identificazione, se da una parte ci aiuta a rielaborare il nostro itinerario di fede nella luce del “piccolo”, del fragile e del peccatore dall’altra ci impedisce di poter guardare a questa pagina di Luca in tutta la sua ampiezza. Tre sono i soggetti principali della parabola, tre modi di vivere differenti, tre modi di pensare diversificati.
Un uomo aveva due figli. Lo sguardo iniziale ci proietta sul soggetto della parabola, l’uomo. Quest’uomo, lo capiamo immediatamente è padre e, ancor meglio, padre di due figli. Due figli, lo capiremo più avanti, che esprimono due modi diversi di rapportarsi con lui, due stili completamente diversi che però, nell’ottica di Luca ci aiutano in maniera ancor più dinamica a mettere in luce il volto del Padre. Dei due giovani sappiamo solo che uno è più giovane dell’altro. Subito lo sguardo di Luca si posa sul più giovane. Del suo passato non conosciamo nulla. Il brano parte da una richiesta: «Padre, dammi la parte del patrimonio che mi spetta». Il Padre dimostra la sua giustizia fin da subito. Non solo da al minore la parte del patrimonio, ma la consegna anche al maggiore, dice infatti l’evangelista: divise tra loro le sostanze. Entrambi quindi ricevono la parte di eredità loro destinata alla morte del Padre. Va notato, però, che il padre è ancora vivo. Questo è il dramma che si consuma e che ci accomuna ai due figli della Parabola. Il figlio più giovane chiedendo la sua parte in qualche modo cancella la sua co-sanguineità, le sue radici. Con quella richiesta decide di staccarsi definitivamente dal padre, lo elimina dalla propria vita. Si stacca da lui. Pensiamoci figli minori. Mettiamoci nelle scarpe del figlio più piccolo: non ci comportiamo, forse, anche noi così nei confronti del Padre, di Dio? In altre parole il nostro atteggiamento potrebbe essere questo: “Padre dammi ciò di cui necessito per vivere la mia vita, dammi ciò che mi spetta per diritto, poi non ti disturbo più”. Senza accorgerci compiamo un gesto di netta divisione che agisce, in maniera magari non sempre evidente, su due fronti. Da una parte ci scopriamo autonomi, capaci di agire da soli; dall’altra “facciamo morire” il suo sangue che scorre in noi, perdiamo il desiderio filiale maturo di riconoscerci “figli di nostro Padre”. Ciò che compie il figlio minore è pienamente nel fenomeno adolescenziale. Nell’età dell’adolescenza, in qualche modo il ragazzo/a si vergogna di assomigliare ai genitori. Pensiamo alla nostra esperienza di figli. Non c’è cosa che possa far innervosire un adolescente quanto dirgli “Assomigli a tuo padre, assomigli a tua madre”. L’adolescente si vergogna del proprio sangue, perché cerca un’autonomia, cerca di staccarsi dai genitori per crearsi la propria autonomia. Questo processo tipicamente umano non si può bloccare e guai a farlo perché è solo in questo rifiuto “naturale” e “inconsapevole” che il ragazzo si forma e diventa uomo/donna maturo/a. Non mi stupisco allora che questo ateggiamento sia del figlio più giovane. Potremmo allora chiederci: Per quanto riguarda il nostro cammino di fede, dove siamo? Ci sentiamo adolescenti ribelli?
Una cosa mi preme ripetere. Quel figlio era incosciente, non aveva, cioè, la coscienza di quello che stava facendo, non sapeva che “da adolescenti” ci si dovesse comportare così. Ha ascoltato la propria umanità. Se anche ci scoprissimo adolescenti, staccati e autonomi da Dio non è un problema. L’adolescenza precede la maturità. L’importante è averne coscienza. L’incoscienza della nostra vita di battezzati, il costruirci una vita che lasci fuori Dio è un rischio per tutti. Il non riconoscerci più nel volto di Dio è drammatico. Ma attenzione perché l’eterna adolescenza spirituale porta alla morte, alla desolazione, al vuoto di se stessi! Tutti siamo ancora un po’ “adolescenti” nel nostro cammino di fede. Tutti cerchiamo “ciò che ci spetta”. Ma tutti possiamo, e in qualche modo, proprio perché figli, dobbiamo, crescere nella consapevolezza che nel nostro volto si riflette quello di Dio perché nel nostro sangue scorre quello del Creatore, di nostro Padre. Vedere il volto di Dio distorto, falsato, rimanere eterni adolescenti, senza prendere mai coscienza della nostra umanità, questo è sicuramente frutto del male. Il male ci fa agire da eterni adolescenti, ci porta a perderci in paesi lontani, a prostituirci e a lasciarciarci prostituire, a sperperare quel bene, quell’amore che il padre ci ha consegnato perché è giusto e ci ama.
Potremmo chiederci: perché, allora, Dio non ferma il nostro modo di agire? Perché ci lascia scappare di casa e ancor peggio ci lascia sprecare “la nostra parte di eredità” in questo modo? E ancora: Perché, se sa che noi possiamo sperperare l’amore, non ce ne da meno? Un’unica risposta potrebbe bastare a risolvere questi interrogativi: Dio è amore. Egli è padre amorevole, non è padrone della nostra libertà, ma ci lascia liberi a tal punto da correre il rischio di perderci in paesi lontani, di sapere che l’amore che abbiamo gustato da lui lo sprechiamo, lo svendiamo con le prostitute. Pensate se questo non è amore! Egli è Padre fino in fondo, non si arrende, si mostra carico di speranza. Egli è ancor di più madre. Si, aspetta il nostro ritorno da un momento all’altro. Me lo immagino sopra il tetto, con lo sguardo che spazia oltre la notte, oltre il buio della nostra solitudine per aspettarci. Pensate se questo non può essere un’aiuto nel nostro essere padri, madri. Dico nostro, perché anche a me è chiesto di essere padre-madre, o meglio di mostrare con la mia stessa vita il volto paterno-materno di Dio. Quanto siamo lontani, nei confronti dei nostri figli, da questo volto di Padre/madre? A che punto siamo nel nostro comprenderci genitori, nel nostro essere genitori? Quanto siamo disposti a perdonare ai nostri figli, al nostro coniuge? Perdonare, sia ben chiaro, non significa accondiscendere, significa donare amore, donare completamente e in qualche modo, ridare una possibilità di vita, di gioia, anche a noi stessi. Si, perché veramente il perdono è fonte di gioia, di libertà di verità. E questo, lo ripeto, non significa dire che tutto è lecito, ma agire con giustizia, distinguere il peccato dal peccatore. Riconoscersi Figli perdonati, ci aiuta a crescere nella nostra paternità perdonante, amante. In definitiva, è necessario che usciamo dalla nostra adolescenza spirituale e rivolgiamo il passo verso casa. Ci è chiesto di fare un passo verso la maturità.
Abbiamo fin qui detto che uno dei rischi del nostro itinerario di fede è quello di rimanere figli minori, eterni adolescenti nel nostro rapporto con Dio. Ma c’è un altro rischio che la parabola evangelica ci suggerisce: è il rischio di essere eternamente vecchi nella fede. L’itinerario di fede che ognuno di noi sta compiendo è, per così dire, naturalmente dinamico. Ogni itinerario di fede è un colloquio personale e particolareggiato tra Dio e l’uomo. Domande e risposte, dialogo fecondo, vivo tra Padre e figlio e tra figlio e Padre. Quante volte ci dimentichiamo di questo. Il rischio che corriamo è quello, anche tra i preti, di assomigliare al figlio maggiore. Ma per specchiarci in questo secondo personaggio ripartiamo dalla Parola di Dio.
Il figlio maggiore si trovava nei campi. Spesso il ritorno a casa di qualche nostro fratello adolescente (non dico minore perché vorrei sottolineare che prima di tutto è fratello) ci coglie al lavoro negli stessi campi che il Padre ci ha affidati. Nel campo della Chiesa, ma anche nel campo familiare, lavorativo, affettivo. Il luogo nel quale ci troviamo a lavorare è spesso quello dal quale possiamo scorgere un qualcosa di nuovo dentro la nostra casa comune, la chiesa. Mentre stiamo vivendo la nostra vita, anche di fede, nella più assoluta tranquillità, scopriamo che per qualche motivo la comunità cristiana è in festa. Perché ci chiediamo? Ma se ci passo ogni domenica e non mi sono mai accorto di nulla! Si, cari amici, anche se ci sembra di essere dentro la Comunità, che per il cristiano è la sua casa, spesso non ci lasciamo toccare da lei. Spesso viviamo come se non ci fosse. Ma appena vediamo la “troppa vitalità” che rischia di coinvolgermi me ne sto fuori, a vedere da lontano, per non esserne coinvolto fino in fondo. «Quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo».
La prima azione che compie il fratello maggiore, il lavoratore assiduo che non lascia subito il suo lavoro, ma con calma, fino all’ultimo istante, assiste da lontano, è di chiedere informazioni ad uno, che forse più di lui si era lasciato coinvolgere nella festa. Cosa sta succedendo?
“Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Il Figlio maggiore si indigna del perdono concesso dal Padre al figlio più giovane. Nel suo indignarsi mette in luce ciò che invece è stato lui: uomo capace di fedeltà, di obbedienza alle regole. Vanta una fedeltà – «da tanti anni ti servo» –, mette davanti al padre la sua giustizia: «Non ho mai trasgredito un tuo comando». Ha vissuto fino allora come un mercenario puntuale, si è impegnato verso il padre come un salariato, ed è il padre che manca verso di lui: non gli ha mai dato un capretto per lui e i suoi amici e ora dà il vitello grasso per il fratello indegno di quel nome! C’è risentimento, c’è protesta, c’è un’accusa precisa verso il padre in questo rifiuto[1].
Quante volte risuona, questo modo di pensare nella Comunità Cristiana, quante volte sentiamo dire: Quello là è così… e il parroco gli ha concesso colà? Quello mira solo al suo interesse e il parroco gli ha chiesto di collaborare con lui nella gestione economica della Parrocchia! Quell’altro distribuisce la comunione in chiesa e poi fuori sparla di tutti! Quell’altro ancora dovrebbe essere sempre presente ma poi non viene mai agli incontri e, peggio ancora, viene solo quando gli interessa? Io invece…
Ma non solo in parrocchia! Pensiamo ai nostri rapporti familiari, con i nostri parenti, anche i più stretti. La mamma sta male ma mi muovo solo io, mio fratello pensa solo alla sua famiglia! Io che lavoro, devo portare anche il bambino a scuola mentre mio marito, disoccupato, non si alza mai in orario e ancor peggio non prepara mai il pranzo per noi!
Pensate quanto le nostre comunità, quanto ciascuno di noi, può portare in se stesso la logica del figlio maggiore. Quanta indignazione inutile! Inutile perché basata sul continuo rimpianto, sulla vita svuotata di speranza, di vita. Quanto ricriminare quello che crediamo di essere e quello che non ci è stato concesso!
Se il figlio più giovane era un eterno adolescente, questo, possiamo dirlo con certezza, era un vecchio. Si, non un anziano, ma un vecchio! Il figlio maggiore è un eternamente vecchio. Incapace cioè, a differenza dell’anziano, di gustare il sapore della speranza, il sapore della festa, della gioia che va oltre le incoerenze diffuse, che toccano anche il nostro modo di pensare.
Tutto questo, si può leggere anche in un ottica di fede. Anche noi corriamo il rischio di diventare vecchi, di svuotarci di speranza, di abbandonarci al “così si è sempre fatto”. Questo appiattimento, al pari dell’eterna adolescenza, porta alla morte spirituale. Il Figlio maggiore, pur vivendo nella stessa casa con il Padre, non l’ha mai abitata veramente. Al pari del figlio minore, che a differenza di lui ha chiesto ciò che gli serviva, del padre, a lui non interessava nulla. Tutti e due i figli non vivevano nella relazione paterna, non conoscevano l’amore del padre. E il padre allora dice: «Figlio, figlio amato, quello che è mio è tuo!». Téknon, mio caro figlio, mio caro ragazzo, «ciò che è mio, è tuo», tra noi c’è comunione, tu sei sempre con me, tra noi c’è vita comune, compagnia. Avrebbe potuto dirgli: «Tu dici di non aver mai trasgredito uno dei miei comandi, ma ora che ti invitano a entrare tu ti fai disobbediente». E invece, anche questa volta, non rimprovera ma prega, chiede soprattutto di accogliere la resurrezione di suo fratello. «Tuo fratello è risorto! Occorre far festa!»[2].
La festa è dunque ciò che accomuna i due fratelli. Il Padre desidera far festa. Ecco il desiderio grande di Dio che i suoi figli, tutti entrino nella sua casa, alla sua festa. L’entrare a questa festa è dono di Dio che si rivolge a ciascuno di noi. Dio ci invita a far festa con lui, ci dice che solo in lui ritroviamo la nostra dignità perfetta. Ritorniamo ad essere uomini veri nella luce della sua grazia. In lui l’eterno adolescente e l’eterno vecchio possono diventare eternamente giovani. Perché è il suo amore, il suo abbraccio, il suo sguardo commosso che ci possono ridestare a nuova vita. Egli non solo dimentica il nostro passato ma si scorda anche del nostro avvenire. Diceva un santo parroco, il curato D’Ars: «Il Buon Dio sa tutto. Prima ancora che voi vi confessiate, sa già che peccherete ancora e tuttavia vi perdona. Come è grande l’Amore del nostro Dio, che si spinge fino a dimenticare volontariamente l’avvenire, pur di perdonarci»[3].
Possiamo leggere in quest’ottica anche il sacramento della riconciliazione che i vostri figli riceveranno fra venti giorni. Il sacramento della penitenza ci vuole aiutare a chiederci: a che punto sono del mio itinerario di fede? Non importa se ci accorgeremo di essere ancora bambini! L’importante è riconoscersi figli bisognosi di amore: ecco la confessione dei peccati. Confessarsi è mettersi davanti a Dio con il cuore appesantito, ma cosciente delle proprie pesantezze e confessargli ancora una volta che lui è Padre e noi lo riconosciamo vivo, presente. Ancora è necessario confessargli che siamo deboli e che necessitiamo della sua grazia.
Dicendo i nostri peccati al sacerdote, chè presta le sue mani, la sua voce e il suo cuore al Padre chiediamo a Dio di renderci capaci di amare come lui. Il sacerdote, nell’ascoltare le nostre fragilità, nell’assolverci in nome di Dio, ci mostra che «Dio è quel padre affettuoso, che accoglie il figliol prodigo, si china su di lui, è sensibile al suo pentimento, lo abbraccia, lo riveste di nuovo con gli ornamenti della sua paterna gloria e non gli rimprovera nulla di quanto ha commesso[4]». Il sacerdote è il segno attraverso il quale, il fedele possa trovare misericordia, consiglio e conforto, sentirsi amato e compreso da Dio e sperimentare la presenza della Misericordia Divina[5].
Certo, anche il sacerdote è peccatore, per questo anch’egli ricorre al sacramento della Riconciliazione. Anche per qualcuno di voi, sicuramente, ci sarà stata una esperienza negativa di confessione. Ma questo ci deve aiutare a capire che la confessione non è cosa tra due uomini, ma tra uomo e Dio di cui il prete è ministro. Ecco perché la Chiesa, può sembrare cosa antica, ma è stata ribadita anche in documenti recenti, obbliga alla presenza della della grata nei confessionali. Tu confessi il peccato a Dio e lui, attraverso la Chiesa, a cui Gesù stesso ha dato il potere di rimettere i peccati, per la forza dello Spirito ti libera, ti dona la vita nuova. Compito del sacerdote è allora quello di favorire quell’esperienza di “dialogo di salvezza”, che, nascendo dalla certezza di essere amati da Dio, aiuta l’uomo a riconoscere il proprio peccato e a introdursi, progressivamente, in quella stabile dinamica di conversione del cuore, che porta alla radicale rinuncia al male e ad una vita secondo Dio (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1431)[6].
Ritornando alla pagina evangelica scopriamo che è senza conclusione.
Restano aperti interrogativi fondamentali per noi che leggiamo la parabola. È entrato il fratello a fare festa? E il padre, è entrato lasciando il figlio maggiore fuori, oppure è ancora là che lo prega affinché la festa sia completa? Questa parabola ci aiuta davvero a chiederci: tu che chiami Dio Padre, quale immagine di Dio hai? L’immagine di un padre padrone? Di un padre giusto, dotato di giustizia retributiva? O di un padre che ama senza porre condizioni? Un padre che perdona sempre? Gesù così ci interpella! A ciascuno di noi la risposta nel nostro cuore: una risposta che possiamo dare solo nel pentimento, tornando a Dio, nel segreto del cuore. In attesa di vedere Dio faccia a faccia, come esclamava sant’Ignazio di Antiochia avvicinandosi al martirio: «Una voce mi dice come acqua zampillante: Vieni al Padre!»[7].
Ecco l’impegno che possiamo prenderci per aiutare i nostri figli ad entrare nel cuore di Dio, per avvicinarsi al suo perdono: entrare con loro alla festa. Scoprirci nuovamente amati, anche se sono anni che siamo scappati dalla sua casa o anche se sono anni che abitiamo con lui, senza vivere con lui. Ci impegnamo ad imparare a vivere con Dio per essere eternamente giovani!
Enrico Turcato
[1] E. Bianchi,
Ma l’altro figliol fu «prodigo»?, Avvenire, 12 marzo 2010
[2] E. Bianchi, Ma l’altro figliol fu «prodigo»?, Avvenire, 12 marzo 2010
[3] S. Giovanni M. Vienney, in A. Monnin, Il Curato d’Ars. Vita di Gian-Battista-Maria Vianney, vol. I, Torino 1870, p. 130.
[4] S. Massimo Confessore, abate, Lettere, 11; PG 91, 454-455
[5] Benedetto XVI, Udienza ai partecipanti al Corso sul Foro Interno promosso dalla Penitenzieria Apostolica, 11 marzo 2010
[6] Ibid.
[7] E. Bianchi, Ma l’altro figliol fu «prodigo»?, Avvenire, 12 marzo 2010